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PREZZI NORMALI E DI MERCATO

RAPPRESENTAZIONI STATICHE E DINAMICHE DEL PROCESSO DELLA GRAVITAZIONE
 

 

L’economia matematica occidentale comincia a somigliare, nella sua gaia eleganza, alle fontane artificiali di Versailles (A. Bròdy)

1. Introduzione

L’analisi che gli economisti classici compiono del processo produttivo capitalistico è fondamentalmente l’analisi della produzione e distribuzione del sovrappiù. A misura che la teoria classica si sviluppa storicamente e affina analiticamente, questo suo nucleo si va precisando e chiarendo. Ogni problema economico può ricondursi a questo aspetto. In particolar modo la funzione delle diverse classi sociali è legata in un modo o nell’altro alla produzione e all’appropriazione di una quota del sovrappiù sociale. Nell’elaborazione critica che Marx compie della teoria classica, il sovrappiù diviene in un certo senso il motore della storia umana. La lotta di classe, che per Marx è la storia, altro non è che l’espressione soggettiva del processo oggettivo di sviluppo delle forze produttive e il loro giungere a un conflitto con i rapporti di produzione, ovvero, ancora una volta, il processo di produzione e distribuzione del sovrappiù, e modernamente del plusvalore, la forma che il surplus sociale prende nelle economie capitalistiche.

La teoria della distribuzione classica e di Marx è dunque una teoria della distribuzione del sovrappiù. La teoria del valore e la teoria dei prezzi, la forma monetaria dei valori, vengono introdotte nell’analisi proprio per poter spiegare e misurare il sovrappiù.

Occorre ricordare quale sia il nucleo dell’analisi economica dei classici e di Marx, in un’epoca in cui si ragiona fondamentalmente in termini di domanda e offerta.

I fisiocratici, fondatori della scuola classica, elaborarono una teoria per cui l’agricoltura, grazie alla ricchezza creata naturalmente dalla terra, era l’unica fonte di sovrappiù. Da un punto di vista analitico, questo schema è particolarmente pregnante. Infatti, essendo input e output del settore agricolo omogenei tra loro (grano in entrambi i casi), l’esistenza di un sovrappiù è determinabile per via diretta, fisica. Qualora, alla fine del ciclo produttivo, il grano risultasse accresciuto, sarebbe per ciò stesso provata l’esistenza di un sovrappiù. Che Quesnay abbia sviluppato la propria teoria considerando produttiva di sovrappiù solo l’agricoltura esclusivamente per questa ragione è veramente peregrino pensarlo. In realtà, come ricorda il loro stesso nome, i fisiocratici avevano una visione complessiva che li portava a considerare produttiva solo l’agricoltura, ritenendo l’industria e tutto il resto dei consumatori parassitari del surplus creato dalla natura e dalla “classe produttiva”.

Gli economisti classici successivi hanno cercato di estendere questa teoria all’economia nel suo complesso[1]. Nel far ciò hanno dovuto elaborare una teoria del valore. Tuttavia solo con Marx si ritroverà tutta la potenza della visione fisiocratica dell’economia come processo circolare di riproduzione.

In sintesi, la teoria del valore nei classici ha la funzione fondamentale di misurare il sovrappiù sociale, non di determinare i prezzi relativi.

 

 

2. La teoria del valore da Quesnay a Marx

 

Per comprendere la teoria del valore classica occorre partire dalla teoria della distribuzione. A differenza della visione simmetrica marginalista, nella scuola classica i redditi sono determinati secondo leggi specifiche. In particolare il salario è il minimo sociale che permette alla classe operaia di riprodursi in quanto classe. Minimo sociale significa che, oltre agli inevitabili bisogni fisiologici, il salario deve coprire quelle spese ritenute socialmente necessarie per la continuazione della vita dei lavoratori. Certamente, appena si supera la soglia della mera sussistenza fisiologica, diviene opinabile quale sia il minimo sociale cui corrisponde il livello di sussistenza dei salari. Per questo i classici chiariscono che, in ultima analisi, è il conflitto tra imprenditori e lavoratori a determinare tale minimo. Anche in questo caso vediamo lo sviluppo della teoria classica nel tempo. Secondo Smith, la coesione tra i “masters” era tale che la loro vittoria risultava ineluttabile. Secondo l’ultimo Ricardo era vero quanto temevano i lavoratori, ovvero che l’introduzione di nuove macchine fosse un rischio per la propria occupazione. Marx approfondirà enormemente questi aspetti della teoria con l’esercito industriale di riserva, il ruolo difensivo delle lotte sindacali ecc.

Il mercato del lavoro non è dunque un mercato come gli altri. E’ anzi un mercato solo formalmente, quello che vi si scambia ha la parvenza di uno scambio tra equivalenti, ma è invece la rappresentazione di un dato sociale strutturale, il fatto che solo la classe capitalista ha la proprietà dei mezzi di produzione.

Tolta la parte che va al lavoro, il prodotto sociale andrà ai profitti. Anche in questo caso, la divisione concreta tra i diversi percettori del sovrappiù dipende da teorie non simmetriche. In particolar modo una quota del profitto andrà alla rendita (teoria della rendita differenziale in Ricardo, della rendita differenziale e assoluta in Marx), una parte al capitale bancario (teoria dell’interesse di Marx) e infine, dopo tutte queste deduzioni, il sovrappiù residuo costituirà il profitto vero e proprio.

In questo breve saggio siamo interessati a stabilire la natura dei prezzi normali, e non ci addentreremo quindi nei dibattiti sulla teoria del valore classica e di Marx. Cercheremo di sintetizzarli brevemente per quello che ci occorre.

Ai classici era ben chiara la tendenza all’uniformità del saggio del profitto. Per questa ragione, se si è in grado di stabilire il saggio di profitto in un settore, si è tendenzialmente stabilito anche il saggio generale del profitto. Così procede Ricardo, nel suo scritto sul saggio del profitto, sfruttando il fatto che nel settore agricolo input e output sono omogenei. Una volta determinato il saggio del profitto in agricoltura, risulta determinato anche il saggio del profitto dell’intera economia.

Come abbiamo ricordato, Ricardo introduce una teoria del valore proprio per poter misurare il saggio del profitto, che è la grandezza che gli interessa massimamente. Il valore di una merce, per i classici, è determinato dal lavoro sociale in essa contenuto. Il lavoro sociale corrisponde a tutto il lavoro diretto e indiretto (cioè incorporato negli strumenti necessari a produrla) che la società ha utilizzato per crearla.

3. Lavoro socialmente necessario e prezzi

La teoria del valore tenta di spiegare come, in una società di produttori privati, in cui solo il mercato lega decisioni autonome di produzione, si possa ricondurre a una ragione comune queste scelte. Tale ragione è appunto il lavoro socialmente necessario. Questo termine è esplicitamente introdotto con Marx, ma è presente in nuce già nei fisiocratici. Non è altro infatti che l’idea del prix necessaire di Quesnay applicata a tutta l’economia. Il mercato paga la merce in base alle condizioni normali della sua produzione. Normali significa socialmente dominanti. Sarebbe riduttivo e sviante considerare queste condizioni normali come una semplice media delle tecniche realmente esistenti di produzione[2]. Con un esempio: se valesse questa “media”, ed esistessero tre tecniche, che impiegano rispettivamente 10, 20, 30 ore di lavoro complessive, per produrre della stoffa, il lavoro socialmente necessario sarebbe di 20 ore (supposta una loro uguale frequenza relativa). Ma perché mai il produttore più efficiente dovrebbe adattarsi a un supposto tempo di lavoro medio? Venderà ovviamente al suo prezzo, distruggendo i concorrenti meno efficienti. Questo meccanismo è essenziale per capire il ruolo del progresso tecnico nel capitalismo. Tanto più il singolo produttore riesce ad abbassare il tempo di lavoro necessario proprio, rispetto alla media sociale, tanto più potrà appropriarsi del sovrappiù creato con i mezzi di produzione dei suoi concorrenti. Possiamo allora dire che, nell’esempio visto prima, il lavoro socialmente necessario è di 20 ore? Ovviamente no, sarà invece molto più vicino alle 10 ore e i concorrenti che non riusciranno a produrre a questo nuovo tempo di lavoro saranno condannati. Il lavoro che oggettivamente è contenuto nelle loro merci non conta. Il produttore che, per mancanza di capitali da investire o altro, produce la merce in 30 ore (ovvero in essa sono contenute realmente 30 ore) non può sperare di essere pagato per la sua stoffa 30 ore. In equilibrio, il produttore innovativo venderà la propria merce a un prezzo compreso tra 10 e 20 ore, e questo sarà il nuovo valore sociale della merce.

Si vede dunque, che per giungere al lavoro socialmente necessario, occorre passare per l’aggregazione delle condizioni tecniche dei singoli produttori. Si vede anche che questa aggregazione non è una semplice media, ma un processo dinamico che premia i capitalisti più innovativi.

Questo esempio ci ha introdotto al concetto di tempo di lavoro necessario. Tuttavia, siamo ancora nell’ambito di un singolo settore dell’economia, dove, naturalmente, vige la legge dell’unico prezzo. Quanto detto per un singolo settore, va però esteso all’economia nel suo complesso. In particolare, per i classici, e soprattutto in Marx, il capitale è suddiviso in una parte capace di accrescere il valore delle merci e perciò definito capitale variabile, e un’altra, definita capitale costante, i mezzi di produzione, che cede nel tempo il proprio valore alle merci. Solo il lavoro, ovvero il capitale variabile, è in grado di valorizzare, accrescere il capitale investito. Questo perché, per quanto spiegato sul funzionamento del mercato del lavoro, la classe lavoratrice è costretta ad erogare una quota di lavoro a fronte di cui non vi è una corresponsione di salario. La forza-lavoro non pagata, il pluslavoro come lo definisce Marx, diviene, dopo lo scambio, plusvalore. Ma tale distinzione tra capitale morto e capitale vivo, seppur essenziale per comprendere le dinamiche profonde del sistema, e la fonte della sua ricchezza, non può inficiare il funzionamento del mercato. In particolar modo, sul mercato, una quantità di capitale, indipendentemente dalla sua composizione, deve rendere lo stesso. Quale che sia la produzione oggettiva di sovrappiù di un settore, i capitalisti ritrarranno dalla produzione un plusvalore corrispondente alla loro quota di capitale. Nel famoso e illuminante esempio di Marx, essi sono come azionisti di una società per azioni e il sovrappiù sociale è come un serbatoio da cui essi ricavano un guadagno corrispondente esclusivamente alle azioni possedute. Il funzionamento della legge di uniformità del saggio del profitto modifica il funzionamento della legge del valore nel senso di “premiare”, ancora una volta, i capitalisti più innovativi. Ma tutta questa modifica riguarda la redistribuzione del sovrappiù tra i diversi suoi percettori. A livello aggregato il sovrappiù prodotto rimane quello e corrisponde al profitto, così come il complesso dei valori corrisponde al complesso dei prezzi. Questa idea del rapporto tra valori e prezzi ha dato il via a un vastissimo dibattito, noto come il problema della trasformazione, di cui non possiamo parlare qui. Si può solo accennare al fatto che, se inteso come un problema di incoerenza matematica, a tale problema è stata data una soluzione, via via più generale e raffinata nel corso dei decenni, a partire da Bortkiewicz (o meglio Dmitrev) e finendo con Seton, Sraffa (per la tecnica del sistema di equazioni) e Bròdy (per la tecnica iterativa). Dando per noto questo dibattito, ci interesseremo ora alla questione dei prezzi normali.

4. Condizioni normali, prezzi normali

Nella prima parte di questo lavoro abbiamo succintamente descritto la teoria del valore classica, il concetto di valori e prezzi in Marx e alcuni dibattiti ad essi collegati. Ora affronteremo il tema centrale di questo saggio: la concezione dei prezzi normali. Per quanto visto fin qui, il prezzo di una merce è il risultato di diversi stadi di aggregazione delle informazioni che hanno i produttori[3]. Tali informazioni non sono altro che il riflesso di un processo di socializzazione della produzione in termini di scelte su quantità e prezzi. In un’ipotetica economia di piano, direttamente sociale, l’autorità pianificatrice, il “ministro della produzione”, per citare il noto saggio di Barone, determina un vettore di prezzi e quantità ottimi con cui si regola la produzione. In un sistema di produttori privati il mercato dovrà orientare, attraverso la coercizione dei prezzi normali, le scelte individuali. Il primo stadio di aggregazione sarà quello di settore. I vari produttori determinano un singolo prezzo per la merce, anche se tipicamente le tecniche che impiegano e i loro costi saranno differenti. Abbiamo spiegato come il prezzo che si determina a questo punto è normale nel senso etimologico della parola: funge da regolatore dei singoli produttori, costringendoli a innovare. In condizioni normali, se cioè la domanda non eccede per un lungo periodo l’offerta, il prezzo normale avrà dunque il compito di regolare entrata e uscita dei concorrenti dal settore. A questo punto abbiamo distinto il prezzo del singolo produttore, chiamiamolo prezzo privato, dal prezzo di settore, dal prezzo normale che emerge dalla redistribuzione del sovrappiù legata alla diversa composizione organica dei vari settori. Ma questo prezzo normale non è ancora il prezzo che empiricamente si da sui mercati. Il prezzo di mercato, che è l’ultimo anello di questo processo, è solitamente distinto dal prezzo normale per una svariata serie di ragioni. Cercheremo di delineare queste ragioni tra breve, ma l’aspetto che merita di essere discusso primariamente è la distinzione tra fattori casuali e fattori non casuali. La mancanza di informazioni e ogni tipo di accidente momentaneo non permettono mai ai produttori di fissare il prezzo di una merce come prevederebbe la teoria. Tutti questi aspetti sono casuali, non sono spiegati da processi strutturali e possono essere lasciati fuori dall’analisi. Incideranno senz’altro sulla fissazione del prezzo, ma nell’economia intesa come un tutto, o considerando un lungo lasso di tempo, la loro incidenza sarà nulla[4].

Vi sono però anche fattori determinati da processi economici non casuali. Se si esclude la possibilità che l’economia possa prendere a prestito dai propri redditi futuri, la “immane raccolta di merci” non può che essere acquistata con i redditi che percepiscono le diverse classi sociali. Non solo, ma i redditi delle classi sociali possono essere considerati, almeno nel breve e medio termine, fissi, per quello che riguarda la composizione delle merci che acquistano[5]. Con una battuta, i salari non comprano yacht, le rendite non comprano utilitarie. Emerge dunque la stretta relazione che c’è tra distribuzione del reddito e formazione dei prezzi. In particolar modo, se si tiene conto della distribuzione del prodotto sociale, si da un senso oggettivo all’operare di domanda e offerta. Nell’atomistico mondo marginalista, domanda e offerta dipendono in ultima analisi da fattori esogeni che l’economia non può indagare: preferenze, tecnologia. Qui invece vediamo come il ruolo della domanda non sia altro che l’esplicarsi dei movimenti nella distribuzione del reddito. Nell’esempio visto prima, se si comprimono i salari si venderanno meno utilitarie. La domanda di utilitarie si ridurrà e l’offerta risulterà dunque eccessiva, a meno che non si ipotizzi la possibilità, invero fantastica, di un aggiustamento immediato. A questo punto il prezzo normale della merce “utilitaria” risulterà eccessivo rispetto alla quota di reddito che la società ad essa destina. Il prezzo dovrà scendere. Così facendo ridurrà i margini di profitto e per questa via l’investimento e l’offerta futura, ristabilendo, almeno tendenzialmente, l’equilibrio. Domanda e offerta delle merci dunque, agiscono come fattori di breve periodo che inducono movimenti riequilibratori nella produzione, ovvero, se si vuole, nella domanda e offerta di risparmio e investimenti. In condizioni normali, quando domanda e offerta si equivalgono, o il che è lo stesso, le loro variazioni sono perfettamente previste, il prezzo normale coinciderà con il prezzo di mercato. Ma poiché queste condizioni normali si realizzano solo per un caso limite, il prezzo di mercato tenderà a differire sistematicamente dal prezzo normale[6]. Quello che però occorre comprendere è che questo continuo allontanarsi va insieme a una tendenza al continuo riavvicinamento, ovvero al movimento del capitale tra i settori, al riorientarsi degli investimenti. Il motivo per cui si può parlare di gravitazione e non semplicemente di un su e giù casuale è che esiste realmente un meccanismo di gravitazione: la legge dell’ugual rendimento del capitale, l’uniformità del saggio del profitto. Naturalmente la dinamica dell’economia non permetterà mai una gravitazione finale. Il cammino verrà sempre disturbato da eventi quali recessioni, boom, politiche economiche, conflitti sociali, nuove scoperte ecc. Il punto è che in ogni singolo istante il prezzo di una merce si muove verso il prezzo normale in virtù dell’affluire o defluire di investimenti in quel settore.

5. Una critica recente alla concezione dei prezzi normali

L’analisi vista fin qui costituisce naturalmente solo una prima approssimazione. Sono stati lasciati fuori fattori di complicazione molto importanti e anche la discussione sulla nozione di equilibrio che emerge dalla concezione dei prezzi normali. Tutto ciò era inevitabile esponendo gli aspetti chiave della teoria. Sarebbe facile notare alcuni punti deboli e cercare di attaccare con essi la concezione classica del valore e dei prezzi. Per altro, data la scarsa conoscenza che la maggior parte degli economisti ha della propria disciplina, questi attacchi si ripetono ciclicamente sempre sugli stessi punti. Ad ogni modo qui ci interessa discutere di una critica particolare che è stata portata relativamente di recente alla teoria classica.

Abbiamo visto come il concetto di prezzo normale si leghi alle condizioni normali di produzione. In particolare, quando il prezzo di mercato eccede quello normale, il saggio del profitto corrispondente sarà più elevato di quello medio. Questo attirerà investimenti, riducendo il saggio del profitto e il prezzo. Ora, alcuni autori si sono chiesti cosa succederebbe se i mezzi di produzione incorporati in una merce risultassero avere un prezzo ancor più elevato, in relazione a quello normale, rispetto al prodotto finito[7]. In questo paragrafo cercheremo succintamente di analizzare tale questione. In genere, molte delle obiezioni e critiche alla concezione dei prezzi normali, partono da presupposti fallaci, perché gli autori in questione interpretano in modo “moderno” le ipotesi sottostanti alle teorie classiche. Spesso, per esempio, confondono l’idea classica di domanda effettiva con una qualche nozione di curva di domanda neoclassica. Ma il concetto di domanda effettiva consente di analizzare i prezzi effettivi senza studiare le condizioni che determinano le quantità prodotte normali.

Studiamo il problema posto da Steedman e altri con il seguente schema:

a) esistono n settori, ognuno dei quali produce la merce (per i=1,2,...,n), con un unica tecnica produttiva nel corso di un ciclo annuale;

b) ogni merce è una merce base (nel senso di Sraffa);

c) il saggio del salario è al suo livello normale, non è “massimo” ed è un dato[8];

d) esistono g (g < n) beni salario;

e) prendendo i beni salario nelle proporzioni in cui entrano nel salario naturale, otteniamo la merce composita G, che è il numerario.

Da tali ipotesi otteniamo il tipico sistema di n equazioni:

 

[1]

 

Da questo sistema di equazioni, si ricava il saggio normale del profitto e gli n prezzi naturali. Dato che G è il numerario, possiamo scrivere che:

 

[2]

 

Quella appena descritta è la posizione dell’economia in posizione normale. Ora ipotizziamo di trovarci in una posizione non normale. Qui il saggio del profitto non sarà più necessariamente uniforme in tutti i settori. Avremo dunque n saggi al posto dell’unico saggio del profitto normale[9]. In questo caso il sistema delle n equazioni diviene:

 

[3]

 

Avremo, analogamente al caso “normale”:

 

 

[4]

 

In questo caso, avremo n-1 incognite in più (i saggi del profitto delle singole industrie). Nel modello occorre introdurre dunque le n equazioni che esprimono tali saggi (e che rendono determinato il sistema)[10]. Queste equazioni saranno[11]:

 

[5]

 

Le equazioni [2] e [4] mostrano che il problema della deviazione del prezzo di mercato rispetto al prezzo normale è un problema “relativo”, nel senso che, naturalmente, nel complesso dell’economia la deviazione deve essere nulla, come deve essere nulla per la merce presa come numerario (in questo caso G).

A questo punto vogliamo esprimere l’idea di un movimento in entrata o in uscita del capitale basato sul rapporto tra saggio del profitto del settore e saggio del profitto complessivo. Possiamo pensare di ordinare gli n settori in base al saggio del profitto. Tutti quei settori in cui il saggio del profitto è minore della media vedranno un deflusso di capitali[12]. In particolare esisterà un settore, sia esso j, che ha il saggio del profitto minimo. Come prima cosa occorrerà dimostrare che il deflusso comporta un aumento del saggio del profitto del settore meno remunerativo. La concorrenza assicura che la produzione in j scenderà finché j avrà il saggio del profitto minimo:

 

[6] [13]

 

 

Ma questo effetto potrebbe trovare un ostacolo nella riduzione della domanda della merce j sia considerando j nella produzione di se stessa sia negli altri settori[14].

Per dimostrare come ciò non accada dobbiamo innanzitutto chiarire il concetto di domanda effettuale di mercato. Tale domanda corrisponde alla quantità di una merce che verrebbe domandata nelle condizioni attuali del mercato ma ai prezzi risultanti dall’incorporazione del saggio del profitto normale nella corrispondente equazione di prezzo. Ovvero la quantità che si domanderebbe se l’industria remunerasse “normalmente” gli investimenti. Tale domanda è legata, come detto, a un prezzo che non è né naturale né di mercato e che (in Garegnani 1994) è definito prezzo di riferimento. Esso è dunque, per il generico settore i:

 

[7]

 

Avremo che il prezzo di riferimento supera il prezzo di mercato se il saggio del profitto del settore supera il saggio normale. Inoltre esso sarà maggiore del prezzo normale in base alla deviazione dei prezzi di mercato dei beni salario e dei mezzi di produzione dai prezzi normali corrispondenti. A questo punto, considerando il sistema nel suo complesso, abbiamo introdotto due fonti di deviazione dei prezzi. Non solo il prezzo di mercato devia da quello normale, ma tipicamente le quantità prodotte delle altre merci differiranno da quelle normali.

Con il concetto di domanda effettuale di mercato, introduciamo l’altro polo della gravitazione dei prezzi. Il prezzo realmente rilevabile sul mercato, il nostro m, si sposterà in base alla differenza tra produzione corrente e domanda effettuale di mercato. Possiamo ipotizzare che quando la quantità prodotta di una merce supera la domanda effettuale di mercato , allora il prezzo di riferimento supererà il prezzo di mercato. Da cui:

 

[8]

 

Con questo blocco abbiamo espresso l’andamento della produzione del generico settore i rispetto al rapporto tra prezzi di mercato e prezzi di riferimento[15]. Da esso deduciamo:

 

[9]

 

E anche che il saggio del profitto del settore considerato aumenterà quando il rapporto tra produzione e domanda effettuale di mercato salirà, che è quello che ci preme mostrare.

A questo punto tutto si riduce a vedere che succede a questo rapporto quando la produzione del settore si riduce. C’è una diminuzione monotona di questo rapporto? La risposta è sì, grazie a questa osservazione: esiste un minimo alla domanda effettuale di mercato, poiché tutte le merci sono merci base[16]. E’ insomma l’ipotesi di produzione integrata che ci viene in soccorso[17]. Possiamo dunque sostenere che esiste un intorno di questo minimo tale che la produzione deve diminuire più rapidamente della domanda effettuale di mercato (la quale a un certo punto non potrà diminuire affatto). Ciò permetterà la conclusione che nel settore meno profittevole j, il saggio del profitto aumenterà.

Quando il saggio del profitto di questo settore raggiungerà il penultimo settore meno profittevole, i rispettivi saggi aumenteranno insieme e così via. Ovviamente questo meccanismo avrà termine quando il saggio del profitto sarà uguale in ogni settore[18].

Occorre osservare che il processo con cui aumenta non è ostacolato dalle interdipendenze tra prezzi e saggi del profitto nei vari settori, sempre perché abbiamo ipotizzato che le merci sono tutte base (ovvero all’aumentare di aumenta anche il prezzo di mercato di j rispetto ai prezzi dei suoi mezzi di produzione e al salario).

In questa breve esposizione abbiamo evitato di introdurre complicazioni dovute ai movimenti del salario, a cicli delle scorte, al ruolo dei ritardi, a errori nelle aspettative e così via. Per altro, una volta sistemato il corpus centrale della teoria, tali raffinamenti possono essere introdotti agevolmente.

Le conclusioni cui giungiamo in questo sistema, qui esposto succintamente, sono che la diminuzione della produzione nei settori a saggio del profitto minore rispetto a quello normale innesca un meccanismo di riequilibrio che converge monotonamente all’equilibrio di lungo periodo. E questo vale per ogni vettore di prezzi delle merci che entrano nella produzione delle altre merci (le altre non ci interessano, per le note ragioni espresse già da Ricardo e, più analiticamente, da Sraffa), così confutando l’idea che stava alla base della critica al processo di gravitazione. Per giungere a questa conclusione occorre ricordare il concetto di domanda effettuale “normale”, che è un dato.

6. Un’ulteriore critica al processo di gravitazione

In un recente saggio, D’Orlando, che riprende posizioni di Caravale e altri, muove una critica complessiva al metodo da noi descritto, utilizzato da Garegnani per dimostrare la gravitazione ai prezzi normali dei prezzi di mercato[19]. Di queste critiche, ne prenderemo in esame tre.

La prima è connessa ai metodi utilizzati da Garegnani per dimostrare le proprie tesi. A tal proposito si nota che il processo di iterazione utilizzato è un sistema di equazioni alle differenze finite che generalmente non è lineare e dunque non risolvibile. O meglio, sarebbe risolvibile linearizzandolo, ma, come è noto almeno dai tempi di Taylor, questa linearizzazione è lecita solo se il sistema si trova in un intorno relativamente ristretto della posizioni di lungo periodo. Però, si obietta, nulla del metodo di Garegnani ci dice sulla vicinanza, né sull’unicità, e nemmeno sull’esistenza di tali posizioni di lungo periodo. Inoltre risulta decisiva la possibilità di poter utilizzare una forma funzionale della relazione. Infatti se si rifiuta la possibilità di “determinare formalmente a priori la relazione prezzi-quantità, non sarà possibile determinare i vari passi dell’aggiustamento del processo iterativo; e non sarà così possibile neppure tentare di dimostrare...che questo processo iterativo tende univocamente alla identificazione di una posizione di equilibrio”[20].

Effettivamente, utilizzando una funzione, come vedremo in seguito, è facile dimostrare la ragionevolezza della posizioni dei classici, i quali tuttavia negavano la possibilità di impiegare tali funzioni. Insomma, secondo D’Orlando, non si compie un’analisi rigorosa della stabilità, né si distingue tra una gravitazione (che presuppone una qualche forma di orbita chiusa di equilibrio) e una convergenza dei prezzi di mercato ai prezzi normali (che è un processo diverso e più problematico). Sarebbe dunque lecito parlare di prezzi normali come una specie di media “solo se il sistema economico si trovasse in un intorno sufficientemente piccolo dell’equilibrio”[21].

La seconda critica riguarda le ipotesi sulla base della quale lo schema di Garegnani è costruito. In particolare si ritiene irrealistico ipotizzare l’invarianza dei prezzi di mercato durante il periodo di produzione, il tempo continuo e i rendimenti costanti.

A tal proposito occorre fare due osservazioni. La prima è di metodo e concerne la natura di una critica a una teoria. E’ certamente giusto muovere critiche al realismo delle ipotesi di una teoria, ma è innanzitutto compito del critico valutare la coerenza logica della stessa[22]. La seconda osservazione, di merito, riguarda la concezione dei classici della differente durata del processo di aggiustamento dei prezzi rispetto alla produzione. Il motivo per cui i rendimenti possono considerarsi costanti, in un dato periodo, rispetto al sistema dei prezzi, è perché la variazione dei prezzi di mercato aggiusterà gli squilibri della produzione, mentre i movimenti, di ben più lunga durata, di disinvestimento e investimento, modificheranno la tecnologia del sistema. Questa osservazione spiega anche perché possiamo considerare i prezzi come una variabile che muta con continuità, rispetto appunto alla matrice degli input tecnologici. Insomma, per i classici, il movimento dei prezzi era ben più rapido degli spostamenti strutturali dell’economia.

La terza obiezione mossa da D’Orlando è di tipo epistemologico:

 

“non si comprende bene come possa il saggio naturale del profitto influire sul comportamento dei capitalisti...a meno di non supporre che questi conoscano già il tasso di profitto naturale”[23]

 

A nostro giudizio questa obiezione è un serio errore metodologico, in particolare se si ha presente la teoria della conoscenza su cui è costruita l’analisi marxiana. La gravitazione verso la posizione di lungo periodo è un processo oggettivo che si svolge alle spalle dei produttori. Ogni singolo capitalista, ignorando quale sia il saggio del profitto normale o anche solo medio del sistema, si dirige verso i settori a massimo rendimento e così facendo, per l’operare della concorrenza, contribuisce a riportare l’economia verso l’equilibrio. L’essenza dell’operare del mercato e della concorrenza è proprio che sono meccanismi inconsci di regolazione della produzione sociale. Le informazioni sulle posizioni di lungo periodo non sono affatto necessarie per i produttori, affinché l’economia nel suo complesso tenda alla sua posizione normale.

Esaminate le critiche, veniamo ora alla parte costruttiva del contributo in esame. D’Orlando propone un cambiamento di prospettiva con “l’obiettivo di identificare la posizione di lungo periodo rilevante come punto fisso di un processo dinamico di squilibrio che incorpora una determinazione probabilistica dei prezzi di mercato”[24].

Il modello parte da questi assunti:

a) rendimenti di scala variabili

b) prezzi di mercato stocastici

c) tatonnement smithiano (ovvero anche a prezzi “falsi”)

d) i capitalisti reagiscono a differenziali del saggio del profitto intersettoriali e rispetto alle proprie aspettative. Dato ciò, definiamo:

 

[10]

 

Ovvero, le scelte sulla produzione sono legate al saggio di profitto di due periodi precedenti, “in questo modo il saggio del profitto realizzato in t-2 determinerà unicamente gli acquisti di inputs produttivi in t-1, e dunque la quantità prodotta in t”[25].

Da cui il saggio di profitto di un certo settore sarà:

 

[11]

 

A questo punto le funzioni di domanda sono ricavate con una relazione decrescente tra prezzi e quantità e un disturbo stocastico:

 

[12]

 

Tali prezzi sono market clearing in senso iterativo e i prezzi normali sono medie ponderate dei prezzi delle sottofasi degli scambi.

Questo lavoro, che pure ha il merito di porre in rilievo importanti limiti della formalizzazione del processo di gravitazione, presta il fianco ad alcuni dubbi che esporremo brevemente per punti.

a) si parla di prezzi “market clearing”, senza distinguere il senso in cui, per i classici, i prezzi equilibrano il mercato. Facilmente si può confondere questa idea con l’idea walrasiana di equilibrio come punto ottimale;

b) l’autore considera solo i disturbi fenomenici di mercato, ovvero compie un’analisi di equilibrio parziale. Ma l’aspetto centrale della gravitazione è un altro, riguarda le modalità di sviluppo del capitalismo. Torneremo su questo;

c) l’autore non compie nessuna specificazione delle funzioni ipotizzate, senza della quale nulla possiamo dire sulla ragionevolezza delle conclusioni;

d) il processo di formazione delle aspettative proposto è di tipo sostanzialmente adattivo e presta dunque il fianco alle ben note critiche in materia. Ovvero che i produttori abbiano aspettative sistematicamente errate e agiscano in modo sistematicamente errato sulla base di esse. Da qui il passo è breve per considerare questi errori la causa degli squilibri dell’economia capitalistica, come è il caso di molta parte della scuola keynesiana e come in parte ammette D’Orlando.

Concludendo questa disamina, si può senz’altro concordare sul fatto che la scuola economica sorta con Sraffa si sia dimostrata più incisiva nella sua parte destruens, critica, che nella sua parte propositiva. Tuttavia emerge in qualche misura l’idea che i limiti della ripresa dell’impostazione classica siano limiti tecnici, nei metodi di formalizzazione utilizzati. Siano insomma limiti nell’apparato matematico in uso, anziché concettuali. A nostro giudizio il problema risiede nell’opera di chiarificazione concettuale. La matematica non è che un utile metodo di esposizione dei risultati della ricerca teorica, non la teoria stessa. Come cercheremo di mostrare nei prossimi paragrafi, è sempre possibile trovare una forma matematica a una qualsiasi idea. Il punto centrale è trovare i processi economici e sociali oggettivi di cui quest’idea è una riproduzione astratta.

7. La rappresentazione analitica della gravitazione

Fra le tante sette filosofiche scaturite dal neopositivismo ve n’è una che considera la scienza nient’altro che la costruzione di modelli (e viene definita ovviamente “modellismo”). Come già accennato, riteniamo che la costruzione di un modello serva per chiarire la struttura della teoria, non sostituisca il vero lavoro di ricerca. Nelle teorie economiche moderne, i modelli e gli strumenti matematici non sono metodi espositivi, ma sussumono ogni altra parte della scienza. Le equazioni costituiscono il mondo reale dell’economista, e se il loro potere esplicativo è scarso, tanto peggio per i fatti, si ripete con il vecchio Hegel.

Nella scuola classica e in Marx, la matematica era ancora al servizio dell’economia e, si dovrebbe dire, a mezzo servizio!, non l’economia a servizio di essa. Le tavole della trasformazione del III libro del Capitale, gli schemi di riproduzione del II libro ecc., sono valide modalità con cui esprimere la teoria, non sono la teoria[26]. Da un punto di vista gnoseologico questa differenza è chiara, è la differenza tra materialismo e idealismo. Scegliere tra queste due concezioni gnoseologiche non è certo una questione di gusti, ma attiene alle concezioni filosofiche più profonde del ricercatore. Riteniamo che anche la discussione dei problemi dei prezzi normali sia un argomento a favore del materialismo. Per questo, la prima cosa da fare, anche nell’analisi della gravitazione dei prezzi, è esprimere la legge reale, sociale, che lega prezzi normali e prezzi di mercato. La matematica potrà poi aiutare a esprimere in termini formali questa legge. Avendo noi assolto a questo compito in precedenza, possiamo qui occuparci delle modalità tecniche con cui esprimere la dinamica dei prezzi, ovvero di come rappresentare il processo di gravitazione.

La scelta dello strumento matematico con cui formalizzare un processo non è per altro casuale. Dipende dalle finalità che persegue il ricercatore, ma dipende anche da quale branca della scienza ha avuto il maggior sviluppo in quel periodo. Marx parlò per esempio di “leggi di movimento”, un’espressione particolarmente efficace, per descrivere la dinamica del processo produttivo. Usò tale metafora anche perché i processi dinamici che la scienza, da Newton in poi, riusciva a esprimere meglio erano appunto le leggi di movimento, attraverso l’identificazione di un’idonea equazione differenziale del moto[27]. Possiamo notare che Quesnay, medico e fisiologo, descrisse la riproduzione ciclica dell’economia in analogia alla circolazione del sangue. Anche in quel caso l’analogia medica non fu certo un sostituto dell’analisi, ma un potente metodo di esposizione dei risultati scientifici.

Lo stesso termine di oscillazione spiega quale meccanismo cerchiamo di descrivere. Domanda e offerta, determinate da una serie di fattori che l’analisi deve, almeno all’inizio, trascurare, spostano incessantemente il prezzo di mercato, fenomenico, rispetto al prezzo normale. Ma il prezzo normale costituisce, appunto il baricentro dei prezzi di mercato periodo dopo periodo. Immaginiamo un peso sospeso tramite un filo al soffitto di una stanza. Se si da una spinta a questo peso, esso oscillerà attorno al punto di quiete e poi, per attrito, tenderà a ristabilirsi in stato di quiete[28]. Questo è il meccanismo che avevano in mente i classici. Come abbiamo ricordato, per altro, la legge di gravitazione non segue un cammino casuale. La distanza tra prezzo normale e prezzo di mercato “ha un senso” ed esiste una tendenza che riporta tale distanza incessantemente a zero: la legge del rendimento uniforme del capitale ha la funzione dell’attrito.

I processi di gravitazione dei prezzi della teoria classica sono stati studiati con molti strumenti matematici. Sarebbe improponibile cercare di farne una tassonomia. Sarebbe anche inutile in questo contesto presentare un modello completo che si basi su uno dei metodi più comuni[29]. Quello che cercheremo invece di spiegare è la logica che sottende a questi modelli, argomentando sulla loro utilità e sulle implicazioni metodologiche ad essi connesse.

Seguendo Boggio, possiamo innanzitutto dividere i modelli che trattano della gravitazione in due filoni: modelli full cost e modelli cross dual.

I primi sono schemi in cui il prezzo di una merce è determinato dai costi di produzione (à la Leontiev-Sraffa):

 

[13]

 

Dove i simboli hanno il significato usuale e nell’espressione compare il saggio di profitto “atteso”. Quindi, si ipotizza una generica funzione di full cost (ovvero di reazione):

 

[14]

 

A questo punto, se i tassi di rendimento attesi sono uniformi, il modello rappresenta una gravitazione stabile[30].

I modelli cross dual, introdotti da Nikaido, legano le variazioni dei prezzi alla domanda in eccesso. Vediamo un esempio:

siano

il vettore dell’output

il vettore dei saggi del profitto

il vettore del saggio del profitto normale

il vettore della produzione “diagonalizzato”

il vettore dei prezzi

una funzione di classe C1 “sign-preserving”

il vettore legato al consumo dei capitalisti [31].

Formuliamo allora due funzioni in cui le variazioni di prezzi e quantità, nel periodo considerato, sono legate al saggio normale del profitto e alla distribuzione del reddito:

 

 

[15]

 

In questi modelli il rapporto e la natura di h ed m sono decisivi. Essi segnalano rispettivamente la frequenza del cambiamento dei prezzi e dell’output. Se sono entrambi infinitesimi, il modello sarà composto da equazioni differenziali. Se sono entrambi discreti, sarà un modello di equazioni alle differenze finite. Negli altri casi sarà misto. E’ interessante notare che lo “spirito” della teoria classica è catturato da un h infinitesimo e un m discreto. Intendiamo dire che la gravitazione si basa proprio sull’idea di una variazione dei prezzi di velocità maggiore rispetto a quella della tecnologia (incorporata nelle variazioni dell’output). In questi schemi l’equilibrio è un vettore che fornisca il punto fisso del sistema. Tralasciando lo sviluppo tecnico del modello, ricordiamo solo che, in certe ipotesi, ben spiegate nell’articolo di Boggio citato, si dimostra la stabilità asintotica locale del sistema.

Sebbene vi siano alcune restrizioni dovute a questi metodi, la gravitazione è generalmente raggiunta. In effetti, non è certo la matematica che limita la rappresentazione scientifica del processo di gravitazione [32].

 

Abbiamo visto che per i classici il punto centrale era capire la direzione di movimento dell’economia, mentre l’idea di rappresentare questa direzione in forme funzionali precise non veniva presa in considerazione. Se si accetta l’idea di esprimere queste direzioni con una funzione, si può adoperare il metodo che si basa sulla funzione nota come funzione di Liapunov e in genere su strumenti tratti dallo studio delle equazioni differenziali. In termini tecnici tutto ciò è definito come analisi della stabilità di un sistema. Per capirne la logica partiamo dall’idea di come si muove un certo modello:

 

[16]

 

Questo limite ci dice che il prezzo di mercato gravita stabilmente attorno al prezzo normale[33]. Ma come risolvere il sistema per dimostrarlo? Vi sono due metodi. Il primo consiste nel linearizzare il sistema e quindi studiarlo così modificato. Il secondo è appunto, la ricerca della funzione di Liapunov. Questo metodo detto “indiretto”, si occupa fondamentalmente dei “segni” delle equazioni, più che del loro valore numerico. In ciò si dimostra molto simile all’idea dei classici che erano come detto interessati ai flussi più che alla forma delle ipotetiche curve di reazione. Ora, non esistono metodi generali per trovare questa funzione. Essa è fondamentalmente la rappresentazione di una distanza. Sotto certe ipotesi essa esprime appunto il movimento del sistema in funzione della distanza delle variabili considerate[34]. Un tipico modello che utilizza questa funzione è il seguente (Baumol-Quandt):

 

[17]

 

Tale espressione indica che, sotto alcune tipiche ipotesi sulla forma della funzione del saggio del profitto che qui trascuriamo, vi è una relazione interattiva tra saggio del profitto e prezzo. Ora possiamo dedurre la legge di movimento del profitto:

 

[18]

 

Infine, cerchiamo la funzione di Liapunov idonea:

 

[19]

 

Tale funzione dimostra la stabilità globale del sistema. Abbiamo ricordato che il teorico che introdusse concretamente questi strumenti nella analisi dei prezzi è stato Nikaido in una serie di contributi tra il 1977 e il 1985. Il suo innovativo lavoro sulle proprietà dinamiche di un processo competitivo della teoria classica arrivò alla conclusione che i prezzi normali non sono stabili a meno che il settore dei mezzi di consumo non abbia una composizione organica del capitale maggiore. Boggio nell’84 estese l’analisi dimostrando la stabilità asintotica dei prezzi normali sotto alcune ipotesi piuttosto restrittive[35].

 

 
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