Home | Storia | Arte e letteratura | Foto | Ceramica | Moda | Info | Mappa
STORIA E LEGGENDA
HOTELS E RISTORANTI
ARTE E LETTERATURA
FOTO
CERAMICA
MODA

BREVE STORIA DELLA GERMANIA - LA GUERRA DEI TRENT'ANNI

LA STORIA DELLA GERMANIA - GUERRA DEI TRENTA ANNI
 

Müntzer: Il portavoce più significativo della riforma, in senso rivoluzionario, sul fronte contadino-plebeo, fu Thomas Müntzer, mentre su quello borghese fu Calvino. Müntzer criticò Lutero proprio negli aspetti della sua dottrina sociale, che praticamente non contenevano nulla di rivoluzionario, in quanto si limitavano a confermare i rapporti di sfruttamento feudale e borghese esistenti, preoccupandosi solo di modificare il modo di pensare dei credenti. Non a caso un maggior radicalismo sulle questioni socio-economiche trova sempre un riscontro teorico in direzione dell'ateismo o del laicismo che dir si voglia. Müntzer, in tal senso, è infinitamente superiore a Lutero, ma solo perché, con lo sviluppo ulteriore del socialismo scientifico, lo si può inserire in tale corrente (e con lui il riformatore Andreas Bodenstein o Andrea Carlostadio, che restò rivoluzionario finché Müntzer fu vivo). A quel tempo l'uomo che diede una svolta decisiva ai rapporti istituzionali tra Stati (europei) e chiesa romana fu Lutero e quello che diede una svolta analoga ai rapporti tra società borghese e società feudale fu Calvino. Ecco perché diciamo che la riforma tradì gli ideali sociali di uguaglianza democratica, quali si potevano intravedere nel corso della fase iniziale, quando tutti erano d'accordo sul tema della lotta antiecclesiastica e ancora non si erano sufficientemente chiariti sui comportamenti da tenere nei riguardi dei latifondisti laici, delle pretese politiche imperiali e nei riguardi di quanti speravano di non veder compromessi i propri privilegi feudali. Le tesi furono affisse nel 1517; quattro anni dopo fu convocata una Dieta a Worms, in cui Carlo V, imperatore di una potenza cattolica mondiale, insieme ai principi cattolici, chiedeva a Lutero un'ufficiale ritrattazione. Da un lato il riformatore agostiniano rifiutò e dall'altro decise di lasciarsi difendere non dalle masse popolari, che stavano insorgendo, ma dai principi tedeschi ostili all'imperatore, oltre che naturalmente alla chiesa di Roma. La rottura con Müntzer fu inevitabile. Questi, che nel 1520 si trovava a predicare a Zwickau, da dove venne espulso, si recò in Boemia nel 1521, dopo aver capito che dai principi non avrebbe ottenuto alcun appoggio. Si convinse che solo grazie alla tradizione rivoluzionaria dei taboriti si sarebbe potuto dare alla riforma quel carattere progressista di cui aveva bisogno e che con Lutero stava perdendo. Di qui l'invito ai contadini di scendere in piazza armati. Le idee di Müntzer cominciarono a farsi largo tra le file di un movimento radicale: gli anabattisti. Müntzer diventò il predicatore più ricercato d'Europa, colui che andava assolutamente eliminato. Lutero stesso intervenne con lo scritto Contro le empie e scellerate bande dei contadini (maggio 1525), invitando i signori della Turingia a intervenire con la dovuta durezza per stroncare l'espansione in rivolta. Müntzer gli rispose per le rime: "Che sapete voi, che vivete nell'abbondanza, che non avete mai fatto altro che mangiare e bere a crepapelle, che sapete voi della serietà di una vera fede? I poveri che hanno bisogno sono così bassamente ingannati che nessuna lingua può dirlo. Con le loro parole e i loro atti, i signori ottengono che il povero, preoccupato di procurarsi un nutrimento, non impari a leggere. Ed essi predicano insolentemente che il povero deve lasciarsi scorticare e spogliare dai tiranni". Qui la storiografia marxista si rivela nei suoi limiti di fondo. Anzitutto essa afferma che Müntzer non avrebbe mai potuto diventare un vero rivoluzionario, in quanto esistevano limiti oggettivi, indipendenti dalla sua volontà, dovuti al fatto che 500 anni fa non esistevano ancora le premesse materiali per il socialismo scientifico. Inoltre si sostiene che la rivoluzione non avrebbe potuto essere "socialista" o "comunista", dacché le idee stesse di Müntzer non erano scientifiche. In tal modo non ci rende conto di "condannare" il passato a vivere nell'oppressione. Il motivo di questa interpretazione così unilaterale dipende dal fatto che se Müntzer fosse riuscito a fare una rivoluzione socialista, in nome di ideali religiosi, non si sarebbe poi potuto spiegare il primato del marxismo classico e la necessità dello sviluppo capitalistico. (Qui infatti non dobbiamo dimenticare che se il leninismo per la prima volta sostenne che in Russia si poteva passare dal feudalesimo al socialismo, lo stesso leninismo non mise mai in discussione il fatto che se non ci fosse stato il socialismo in Russia sicuramente ci sarebbe stato il capitalismo, in quanto il feudalesimo non aveva in sé alcuna possibilità di vincere il confronto storico con la nuova formazione economica). Posizioni storiografiche del genere hanno spesso, sul piano politico, un risvolto di tipo unilaterale, favorevole a intese che prima di tutto devono essere ideologiche. Viceversa, una storiografia "scientifica" avrebbe anzitutto dovuto analizzare a fondo i motivi per cui alla teoria rivoluzionaria dei tedeschi di mezzo millennio fa non fece seguito una prassi rivoluzionaria: forse ci si sarebbe accorti che quei motivi non furono molto diversi da quelli che impedirono successivamente in Europa occidentale la stessa cosa nell'ambito dello stesso socialismo scientifico, cioè l'insufficiente determinazione politica e coesione sociale. Müntzer e Marx La differenza sostanziale tra il socialismo di Müntzer e quello di Marx non sta tanto nella teoria, poiché in questo campo le differenze sono inevitabili, quanto nella pratica, poiché il socialismo scientifico fu effettivamente realizzato in Russia da Lenin. Eppure in Europa occidentale il socialismo scientifico, pur essendoci stata una teoria rivoluzionaria, non s'è mai realizzato (questo senza nulla togliere al significato storico di quei tentativi che passano sotto il nome di Comune di Parigi, Biennio rosso italiano, Repubblica tedesca di Weimar, ecc.). Ci chiediamo se al marxismo sia mai venuto in mente che la realizzazione del socialismo di Müntzer avrebbe potuto portare col tempo a democratizzare ulteriormente l'idea e l'esperienza concreta del socialismo, senza dover affatto passare sotto le forche caudine dello sviluppo capitalistico. E' mai venuto in mente che tutti i tentativi di realizzare il socialismo scientifico sono falliti in Europa occidentale proprio a causa dei condizionamenti borghesi? E che quindi la possibilità di successo dei socialismi pre-marxisti, come appunto quello di Müntzer, erano, nonostante le limitatezze teoriche (ovvero le infarinature religiose), di molto superiori a quelle del socialismo scientifico, pur con tutta la teoria economica e politica rigorosamente materialistica e ateo-scientifica che quest'ultimo seppe elaborare? Il fatto che tutti i socialismi pre-marxisti non si siano realizzati praticamente non va forse imputato a condizionamenti che riguardavano lo sviluppo esperienziale della religione cattolica e dell'economia feudale? E tali condizionamenti non sono forse strettamente connessi all'evoluzione culturale del cattolicesimo-romano, che va ben oltre la semplice determinazione di dogmi religiosi, ma che coinvolge tutto l'agire civile e sociale, com'è appunto tipico di tale religione? Nei paesi capitalistici di religione cattolica il cattolicesimo, come cultura, è portato avanti da uomini di governo, dai politici di professione, non solo dalla chiesa come istituzione e come complesso di comunità sociali. Il cattolicesimo romano influenza profondamente anche il pensiero della sinistra (basti pensare ai concetti di "centralismo", di "gerarchia", ecc., ovviamente riproposti in veste laicizzata). E' vero che le migliori giustificazioni al capitalismo le ha date il calvinismo, ma è anche vero che le migliori giustificazioni dell'anticomunismo le ha sempre date il cattolicesimo-romano, che non si pone solo come religione, ma anche come esperienza di vita alternativa in primo luogo al socialismo, poiché ogni buon cattolico, se tale vuole rimanere, cioè se non vuole essere espulso da questa chiesa, sa perfettamente che più del capitalismo bisogna temere il comunismo, che sul piano ideale predica gli stessi principi del cristianesimo. In generale dovremmo dire che la storia del genere umano è la storia dell'abbandono del comunismo primitivo a vantaggio di esperienze sociali antagonistiche, dominate dai conflitti di classe. E' assurdo sostenere che la risoluzione di tali conflitti sia possibile solo oggi in virtù delle teorie del socialismo scientifico. Ogni epoca ha e ha avuto in se stessa gli elementi, le condizioni sufficienti per superare efficacemente e stabilmente i traumi provocati dai conflitti di proprietà. Il socialismo scientifico non è nient'altro che una soluzione data nell'ambito del capitalismo. L'INSURREZIONE CONTADINA L'insurrezione contadina nella Germania del XVI sec. fu preceduta da una serie di insurrezioni di portata più limitata, scoppiate nella valle del Reno e nei villaggi del Württemberg negli anni 1493, 1502, 1513 e 1514. Quella più a ridosso della guerra vera e propria fu la rivolta del Tirolo, presso i confini con la Svizzera, nel 1524. Inizialmente le sommosse si diffusero nelle regioni meridionali, dove più forte era l'oppressione feudale, laica ed ecclesiastica, che voleva, da un lato, liberarsi della tutela imperiale e, dall'altro, sostituire l'antico diritto consuetudinario, che consentiva una certa autonomia nell'amministrazione dei villaggi contadini, col diritto romano, che permetteva una più facile instaurazione di rapporti basati sulla proprietà privata e una più rapida ed efficiente centralizzazione statale-territoriale. L'inasprirsi del giogo feudale era divenuto tanto più pesante nelle campagne quanto più nelle città si sviluppavano i rapporti borghesi. In tal senso la risolutezza del movimento contadino e la radicalizzazione delle correnti riformistiche anticattoliche praticamente si influenzavano a vicenda. Ovviamente laddove i contadini erano liberi possessori delle terre che lavoravano e avevano un libero accesso al mercato - come, per es., nei Paesi Bassi settentrionali -, le loro condizioni erano migliorate con la transizione ai rapporti capitalistici. La Lettera degli articoli del 1525, redatta dal predicatore Christopher Schappeler e dal pellicciaio Sebastian Lotzer, a capo di un gruppo che si rifaceva alle idee di Müntzer, esigeva recisamente la fine del regime feudale e la realizzazione della democrazia sociale, cioè la redistribuzione delle terre, la fine delle corvées e delle tasse inique (come p.es. quella di successione), la parziale eliminazione e la comunalizzazione delle decime ecclesiastiche, i cui proventi sarebbero stati utilizzati esclusivamente per mantenere il parroco (le eventuali eccedenze sarebbero andate ai poveri), l'uso libero delle terre comuni (per la caccia, la pesca, il pascolo, il legnatico ecc.). Si chiedeva anche la libera elezione del parroco da parte dei villaggi e l'abolizione della pena di morte. La novità stava nel fatto che mentre nelle rivendicazioni precedenti ci si rifaceva all'antico diritto consuetudinario (che poteva variare da luogo a luogo), qui invece ci si appellava al "diritto divino", secondo cui l'intera società avrebbe dovuto essere riformata in base alle prescrizioni della Scrittura. In pratica si poteva avanzare qualunque rivendicazione, in qualunque luogo, purché giustificabile con la Bibbia. Alla domanda su chi dovesse tradurre il diritto divino in diritto positivo, le comunità sveve rispondevano facendo i nomi degli intellettuali più in vista, tra cui anzitutto Lutero. I Dodici articoli furono inviati a Lutero, che nell'aprile 1525 vi rispose con lo scritto Esortazione alla pace sui dodici articoli dei contadini della Svevia. Egli si rivolge ai principi e ai signori feudali cui rimprovera, come già al clero regolare e secolare, un atteggiamento bellicoso nei riguardi della predicazione evangelica. Tuttavia, quando si rivolge ai contadini li invita a essere pazienti e a non usare mezzi violenti. Qui è bene ricordare che tra riforma protestante e guerra contadina ci fu un legame molto stretto sin dall'inizio, nonostante che la riforma abbia successivamente portato i migliori vantaggi (ma non in Germania) ai ceti borghesi. Il fatto è che senza l'appoggio delle grandi masse contadine, i ceti borghesi, ancora sociologicamente poco significativi, non sarebbero mai riusciti a imporsi su quelli feudali, e che se la guerra contadina fallì, ciò dipese anche dal fatto che la borghesia non rispettò i propri impegni, non volle essere coerente sino in fondo coi principi democratici professati, e questa debolezza, che agli occhi delle plebi urbane e delle masse contadine apparve come un vero e proprio tradimento, provocò addirittura un rafforzamento delle posizioni feudali e una stasi dell'economia tedesca che si trascinerà sino all'unificazione nazionale di 300 anni dopo, quando la Prussia, nel corso della guerra vittoriosa contro la Francia, riuscirà a imporsi su tutti gli altri lander. A onor del vero va detto che il tradimento della borghesia è una costante di tutte le rivoluzioni borghesi in cui si trovano coinvolte masse contadine e proletariato urbano. La differenza tra la Germania e gli altri paesi europei è che in quest'ultimi il tradimento servì a rendere la borghesia una classe dominante o comunque servì a costringere le classi possidenti a scendere a compromessi. Il primo scontro sanguinoso avvenne alla fine del 1524, allorché nella città di Villingen il magistrato, dopo essere riuscito con false promesse a dividere gli insorti, fece piombare su di loro l'esercito. La reazione dei contadini non si fece attendere: castelli e monasteri cominciarono ad essere occupati e distrutti. Tra le posizioni moderate, che chiedevano soltanto, tramite nuove intese, un'attenuazione degli oneri padronali, vi fu quella di Huldreich Zwingli, il quale a Zurigo ebbe successo tra i contadini più abbienti e meno clericali. Anche se, proprio grazie a Zwingli e ad altri predicatori che avevano insistito molto più di Lutero sul concetto di "comunità" come organismo che riuniva in sé sia i legami politici e sociali (consociativo-federativi), sia quelli religiosi, ogni città aveva il diritto di dirimere autonomamente le controversie dottrinali che sorgevano tra diversi predicatori (com'era accaduto appunto a Zurigo qualche anno prima della guerra dei contadini). Gli abitanti dei villaggi poterono così esprimere in un linguaggio religioso, comune a tutti, le loro aspirazioni all'autogoverno nei confronti dei principi e dei signori territoriali. Zwingli cadde nella battaglia di Kappel che vide lo scontro dei suoi seguaci con l'esercito dei cantoni cattolici nel 1531. I contadini furono di nuovo attaccati nella primavera del 1525, questa volta dagli eserciti della Lega sveva, una federazione militare tra i principi e le città imperiali della Germania sud-occidentale. Pur essendo male armati e organizzati, essi, negli scontri militari con gli eserciti della reazione, sapevano difendersi egregiamente. Ma ciò che ad un certo punto li demoralizzò fu l'atteggiamento conciliante dei ceti borghesi, sia urbani che rurali, i quali, spaventati dagli esiti rivoluzionari dell'insurrezione e soprattutto dopo le prime sconfitte militari (a Leipheim il 4 aprile 1525 e a Böblingen il 12 maggio), presero a intavolare trattative segrete, finita la primavera del 1525, con le forze della reazione. In particolare due gruppi di ribelli (di Bodensee e di Allgau) condussero trattative di pace col conte Ugo di Montfort e i rappresentanti della città di Ravensburg. Al testo del patto Lutero aggiunse un'introduzione e una conclusione in cui dimostrava d'essere diventato molto ostile ai contadini che non aspiravano a una soluzione pacifica dei conflitti sociali. I signori feudali, d'altra parte, riuscirono facilmente a trovare il modo di convincere i contadini meno radicali a desistere dalla rivoluzione: scaricarono sul clero, soprattutto quello regolare, che possedeva enormi ricchezze immobiliari, tutte le contraddizioni del regime feudale. Il Programma di Heilbronn, redatto da Wendel Hipler, capo della cancelleria dei contadini di Franconia, nobile di origine e borghese di condizione, chiedeva di trasferire all'imperatore tutti i poteri di far diventare i principi dei funzionari statali, di privare il clero di ogni potere mondano, confiscandone i patrimoni, di istituire dei tribunali elettivi, di unificare a livello nazionale la moneta, le misure e i pesi, di abolire le tariffe doganali interne, di proibire l'usura e di trasformare la proprietà fondiaria da feudale in borghese. Dunque anche in Franconia, come già nell'Alta Svevia, il destino dei contadini insorti era segnato, e infatti gli eserciti imperiali ebbero facilmente la meglio. Non restavano che la Sassonia e la Turingia, dove le forze residue (circa 8.000 contadini) erano capeggiate da Müntzer. Ma anche qui non ci fu storia: la scarsa preparazione militare dei contadini si rivelò decisiva nello scontro armato nella città di Frankenhausen contro i lanzichenecchi guidati da Filippo d'Assia, Giorgio di Sassonia ed Enrico di Braunschweig (principe luterano il primo, cattolici gli altri due), nel maggio 1525. Vi morirono 5.000 contadini e lo stesso Müntzer, straziato dal boia e decapitato. Lutero, nel testo Una terribile storia e un giudizio di Dio sopra Thomas Müntzer, considerò l'eccidio un segno della giustizia divina. Dopo quella terribile primavera del 1525, il movimento perse terreno; altre fiammate rivoluzionarie, con punte notevoli di organizzazione politico-militare, si ebbero in zone periferiche dell'Impero, tra cui il Tirolo, dove emerse la figura di Michael Gaismair. Questi moti, però, a differenza dei precedenti, ebbero soltanto una dimensione regionale. Sul ruolo politico-rivoluzionario di Müntzer, nelle vicende complessive dell'insurrezione, forse la storiografia marxista ha un po' esagerato, allo scopo di denunciare con più vigore, indirettamente, il fatto che la borghesia si comportò nel peggiore dei modi: in realtà Müntzer si trovò ad operare in un territorio relativamente marginale rispetto ai grandi scontri armati. Anche se uno dei punti più alti della lotta contadina fu raggiunto proprio con la Comune di Münster, negli anni 1534-35, in cui gli anabattisti (seguaci di Müntzer) riuscirono a impadronirsi della città, cacciandone il vescovo-conte. Assediata dalle truppe imperiali, la città riuscì a resistere 14 mesi. Nel complesso i principali artefici, materialmente, della disfatta militare della guerra contadina (che si era sviluppata da Berna a Lipsia, da Besançon a Linz, lungo due assi di oltre 600 km) furono il duca di Lorena in Alsazia, il langravio Filippo d'Assia in Turingia, Georg Truchsess von Waldburg in Svevia e Franconia. Finita la guerra contadina si era riusciti ad ottenere la secolarizzazione delle terre ecclesiastiche, della cui messa all'incanto si avvantaggiò la borghesia rurale e in parte l'aristocrazia. Inoltre il potere decisionale nelle questioni ecclesiastiche passò nelle mani dei principi, per cui gli ambienti cattolici furono estromessi da qualunque gestione politica della fede. Furono rivoluzionati completamente tutta la liturgia, l'amministrazione dei sacramenti e il culto in genere. In sostanza il luteranesimo sarebbe potuto diventare una religione di stato se non fosse intervenuto Carlo V, che, vedendo minacciata l'unità imperiale, a partire dagli anni '40 del XVI sec. iniziò a muovere guerra ai principi luterani. La guerra si trascinò sino al 1555, concludendosi con la pace di Augusta. Carlo V decise di rinunciare all'unità politica e religiosa dell'Impero: accettò la libertà religiosa dei protestanti, anche se impose due principi restrittivi: i sudditi di uno Stato avrebbero dovuto conformarsi alla religione del loro principe o, in caso contrario, emigrare (cuius regio eius religio); i beni ecclesiastici secolarizzati prima del 1552 non sarebbero più stati rivendicati dalla chiesa cattolica, mentre se qualche prelato cattolico si fosse convertito al luteranesimo dopo tale anno avrebbe dovuto rinunciare a tutti i benefici e possessi goduti in virtù della propria carica e restituirli alla chiesa cattolica (reservatum ecclesiasticum). Poi, dopo aver abdicato, decise di dividere l'Impero: a Ferdinando I l'Impero e la Boemia e a Filippo II la Spagna, i Paesi Bassi e l'Italia. Il raggruppamento cattolico dell'impero comprendeva le terre ereditarie degli Asburgo, la Baviera, la Franconia, i principati ecclesiastici del Reno e della Germania nord-occidentale, nonché l'Alsazia. Il raggruppamento protestante invece comprendeva i principati tedeschi del Nord, il ducato di Prussia, di Brandeburgo, di Sassonia, di Hessen, di Braunschweig, del Palatinato e del Württemberg. Il frazionamento della Germania si era consolidato. La strada in direzione dello sviluppo capitalistico era stata bloccata. La realizzazione del socialismo era diventata sempre più remota. Il servaggio riprendeva vigore nelle campagne in forme ancora più dure. Continueranno tuttavia in Europa le rivolte contadine o di ex-contadini divenuti operai ancora per molto tempo. Nel 1649, in Inghilterra, a Walton-on-Thames, Surrey, furono occupate le terre comuni. Diggers furono chiamati, "Zappatori". Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di loro folle inferocite. Villici e soldati li assalirono e rovinarono i raccolti. Quando tagliarono la legna nel bosco del demanio, i signori li denunciarono per violazione delle loro proprietà. Allora si spostarono a Cobham Manor, costruirono case e seminarono grano. La cavalleria li aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruirono e riseminarono. Altri si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge li scacciò. Nel 1647 Masaniello guida a Napoli la sollevazione degli strati più umili. Le rivolte di Boulogne, Vivarais, Bordeaux, Bretagna, Rennes contro il fiscalismo di Luigi XIV negli anni 1662-75. Servi, lavoranti, minatori, evasi e disertori si unirono ai cosacchi di Pugaciov per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nel 1774 occuparono roccaforti, espropriarono ricchezze e dagli Urali si diressero verso Mosca. Pugaciov fu catturato e ucciso. In Inghilterra dopo aver cacciato i contadini dalle terre su cui vivevano, i loro figli diventarono operai tessitori, poi arrivò il telaio meccanico. Nel 1811, nelle campagne, per tre mesi furono prese di mira le fabbriche, i telai... Il governo mandò contro i luddisti decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge stabilì che le macchine contavano più delle persone e chi le distruggeva andava impiccato. Gli operai scatenarono la rivolta generale, ma erano provati, denutriti. Chi non fu impiccato, fu deportato in Australia. ANALISI: La fallita rivolta contadina è la dimostrazione che in nome di una religione non si possono fare rivoluzioni, in quanto le religioni tendono sempre, in ultima istanza, ad atteggiamenti rinunciatari, anche quando predicano ideali che possono sembrare rivoluzionari. Infatti, quando a questi ideali si vuole dare una concretezza politica davvero rivoluzionaria, si è costretti a uscire dalla religione. La rivolta ha dimostrato che non è sufficiente compiere una battaglia religiosa contro la religione per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita sociale ed economica; quando si riescono ad ottenere miglioramenti del genere, essi restano prerogativa più che altro dei ceti benestanti, siano essi urbani o rurali. Il luteranesimo fu una riforma moderata per i ceti borghesi e dal punto di vista politico esso, in ultima istanza, preferì il dominio delle classi possidenti su quelle lavoratrici. La riforma contribuì comunque allo sviluppo di concezioni laiciste della vita, tendenti all'ateismo, per quanto vissute in una dimensione esistenziale fondamentalmente individualista e borghese. Il fallimento di questa rivolta è anche la dimostrazione che il mondo contadino non aveva leader politici in grado di rappresentarlo efficacemente, cioè in grado di farlo uscire dallo spontaneismo male organizzarlo e di guidarlo verso la conquista del potere politico ed economico. La sconfitta di questa insurrezione è la palese dimostrazione che della borghesia ci si può fidare solo fino a un certo punto, in quanto nei momenti più critici (sul piano militare) e nei momenti più importanti per la sorti della democrazia, essa tende sempre a tradire gli interessi nazionali o comuni. Senza l'aiuto dei contadini la borghesia non sarebbe riuscita da sola a realizzare l'unità nazionale né ad opporsi efficacemente alle forze feudali. La dura repressione a carico di questa insurrezione, è la riprova che quando si compiono tentativi rivoluzionari bisogna procedere con coerenza e decisione, poiché, in caso di sconfitta, la reazione sarà spietata. Se la rivolta contadina avesse avuto successo, forse non si sarebbe sviluppata una Germania borghese, ma una Germania democratica, in cui la democrazia sarebbe stata prerogativa di tutto il popolo e non di una classe particolare. Prendendo le mosse dal luteranesimo e portandolo alle sue più logiche e coerenti conseguenze, il calvinismo ha fatto sì che il capitalismo potesse imporsi con successo su qualunque forma economica non borghese. BREVE STORIA DELLA GERMANIA DEGLI ULTIMO DUEMILA ANNI: 0-100 - I romani estendono il loro impero in Germania, ma vengono fermati sul Reno e sul Danubio. . 300-600 - Invasioni germaniche nell'impero romano. 500 . 500-800 - Processo di fusione tra la civiltà romana e quelle germaniche. 600-1000 - Cristianizzazione della Germania. Si estende l'agricoltura. Epoca del feudalesimo. . 700-800 - I franchi si impongono contro i germani. . 800-814 - Carlo Magno ristabilisce il potere nell'Europa centrale. 900. 919 - Nasce il "Sacro Impero Romano" con imperatori germanici. Si diffonde la lingua tedesca. . 900-1100 - Cresce il potere politico ed economico della chiesa. 1100 . 1000-1400 - Continue lotte tra le autorità dell'imperatore e del Papa. 1200-1250 - Nasce la letteratura in lingua tedesca. Cominciano a fiorire le città. 1300 1300 - Inizia il declino del potere dell'imperatore. Aumenta l'influenza dei poteri regionali. 1350 . 1347-1350 - La peste porta a una riduzione della popolazione del 30%. 1400 . 1400-1500 - Risveglio della cultura e dell'economia. 1450 1450 - Cominciano a diffondersi le idee dell'umanesimo e del rinascimento. 1500 . 1517 - Martin Lutero dà inizio al movimento della Riforma. 1550 1520-1560 - La Germania si spacca in due tra stati cattolici e protestanti. 1600 . 1618-1648 - La guerra dei trent'anni rovina e impoverisce la Germania. 1650-1800 - La Germania è frantumata in 300 stati e staterelli. Epoca dell'assolutismo. 1700 - Inizia l'ascesa della Prussia. Cresce l'antagonismo tra Prussia e Austria. 1750-1800 - Si diffondono le idee dell'illuminismo, ma a livello politico regna il dispotismo. 1800-1815 - Lotta contro l'invasione di Napoleone. Inizia l'espansione industriale. 1850 . 1848 - Fallisce la rivolta democratica in molte città tedesche. 1900 1871 - Unificazione della Germania e fondazione del Reich. Rapida espansione economica. Era dell'Imperialismo. . 1880-1910 - Nasce in Germania la società capitalista moderna. 1915 . 1914-1918 - Prima Guerra Mondiale. 1920 1919 - Rivoluzione democratica: cade la monarchia - nasce la repubblica di Weimar. 1925 . 1923 - Inflazione e crisi economica. 1930-1933 - 6 milioni di disoccupati. Hitler arriva al potere. Inizia il terrore nazista. . 1935-1939 - Hitler prepara la guerra. Annessione dell'Austria. 1940 . 1939-1945 - Seconda Guerra Mondiale. 55 milioni di morti. 1945-1949 - La Germania è sconfitta, ridotta a macerie e viene divisa in due stati. 1950-1960 - "Miracolo economico" all'ovest. Fuga di massa dall'est all'ovest. 1955 1953 - Rivolta nella Germania dell'est contro lo stato viene soppressa dai carri armati sovietici. 1960 . 1961 - Viene eretto il Muro di Berlino. 1965 1969 - Con Willi Brandt inizia la "politica di distensione" tra i due stati tedeschi. 1970 . 1967-1970 - Movimento studentesco contro la guerra del Vietnam. 1975 . 1973 - I due stati della Germania vengono ammessi nell'ONU. 1980 1970-1980 - "Anni di piombo". Il terrorismo della "RAF" e la durissima reazione dello stato. 1985 1975-1985 - Cresce la disoccupazione, aumentano i problemi ambientali. 1990 . 1989-1990 - Cade il Muro di Berlino. Riunificazione della Germania. 1995 . 1990 - Inizia la dolorosa riconversione capitalista della ex-DDR. 2000 . 1999-2002 - Introduzione dell'Euro. Fine del Marco tedesco. L'INNO NAZIONALE "Deutschland über alles" "La Germania al di sopra di tutto"! Chi non conosce queste parole con cui inizia l'inno nazionale della Germania? E a chi non viene subito in mente Hitler, la Seconda Guerra Mondiale e l'olocausto? Ma in origine queste parole avevano un significato completamente diverso... Chi era l'autore delle parole dell'inno nazionale? Heinrich Hoffmann von Fallersleben, a sinistra un suo ritratto del 1840 quando aveva 42 anni, era un professore di letteratura e insegnava a Breslau, nella Prussia. Le sue passioni erano, oltre al suo lavoro, le donne, il vino, il canto, la democrazia (che non esisteva in Prussia) e l'idea di una Germania unita (anch'essa, all'epoca, era solo un sogno). E su tutto questo, compresi il vino, il canto e le donne, scrisse nel 1841 una poesia - "La Canzone dei Tedeschi" - nello stile un po' patetico e romantico dell'epoca. Di poesie come questa ne esistevano parecchie, ma Fallersleben seppe trovare il tono giusto. La poesia ebbe dei risultati inaspettati: prima si diffuse subito e velocemente in tutta la Germania rendendo famoso il professore fino ad allora poco conosciuto. Ma poi Fallersleben fu cacciato dall'università per aver espresso troppo esplicitamente il desiderio di democrazia e di unità, un desiderio poco amato dai potenti della Germania dell'epoca. La prima strofa... Deutschland, Deutschland über alles, Über alles in der Welt, wenn es nur zum Schutz und Trutze brüderlich zusammenhält. Von der Maas bis an die Memel, von der Etsch bis an den Belt: * Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt.Germania, Germania, al di sopra di tutto al di sopra di tutto nel mondo, purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente. Dalla Mosa fino alla Memel dall'Adige fino al Belt: * Germania, Germania, al di sopra di tutto al di sopra di tutto nel mondo, * Fallersleben definisce qui i confini della diffusione della lingua tedesca: La Mosa (all'ovest) e la Memel (all'est), l'Adige (al sud) e il Belt (al nord). Fu una poesia molto scomoda... "Deutschland, Deutschland über alles" - queste sono le parole con cui comincia la prima strofa della sua poesia - significava all'epoca: via con i tanti stati e staterelli, vogliamo uno stato unitario, la Germania! Erano parole sovversive contro i tanti piccoli e grandi re, principi, duca e granduca che popolavano il paesaggio politico della Germania dell'800 e che non avevano nessuna intenzione di andarsene per far spazio a una Germania unita e per di più "democratica". Ma anche dopo la forzata unificazione della Germania nel 1871, ad opera di Bismarck, la poesia di Fallersleben rimaneva poco amata da chi regnava, soprattutto la terza strofa che parlava di libertà e giustizia era troppo scomoda, perché di libertà e giustizia ce n'era poco nel nuovo stato. La seconda strofa... Deutsche Frauen, deutsche Treue, deutscher Wein und deutscher Sang sollen in der Welt behalten ihren alten guten Klang. Uns zu edler Tat begeistern unser ganzes Leben lang Deutsche Frauen, deutsche Treue, deutscher Wein und deutscher Sang.Donne tedesche, fedeltà tedesca, vino tedesco e canto tedesco, devono mantenere nel mondo la loro vecchia, buona fama. Che ci ispirino a gesta nobili per tutta la nostra vita Donne tedesche, fedeltà tedesca, vino tedesco e canto tedesco, Era concepita come canzone popolare Fin dall'inizio la poesia era concepita come canzone. Come melodia Fallersleben scelse l'Inno Imperiale che Josef Haydn aveva scritto nel 1797 per l'imperatore austriaco Franz II impegnato in guerra contro Napoleone. La solenne melodia, insieme alle parole semplici, ma espressive, fecero diventare "La Canzone dei Tedeschi" molto popolare. La poesia romantica divenne inno nazionale Solo durante la Repubblica di Weimar, nel 1922, divenne l'inno nazionale e si cantavano tutte le tre strofe. I nazisti poi lo riducevano alla prima strofa, con accento alle parole "Deutschland über alles", aggiungendo un senso del tutto nuovo: via con tutti gli altri stati dell'Europa, la Germania è superiore a tutti gli altri! Dopo la Seconda Guerra Mondiale, per non continuare in questa triste tradizione, si decise di cantare solo la terza strofa di quest'inno, quella che parla di unità, libertà e giustizia. La terza strofa, quella che si canta ancora oggi... Einigkeit und Recht und Freiheit für das deutsche Vaterland! Danach laßt uns alle streben, brüderlich mit Herz und Hand! Einigkeit und Recht und Freiheit sind des Glückes Unterpfand. Blüh' im Glanze dieses Glückes, blühe deutsches Vaterland.Unità, giustizia e libertà per la patria tedesca! È lì che vogliamo arrivare, col cuore e col nostro fraterno lavoro! Unità, giustizia e libertà sono la garanzia della felicità. Fiorisci nel pieno di questa felicità, fiorisci, patria tedesca! LA NASCITA DELLA GERMANIA: Chi era Bismarck? Otto von Bismarck (1815-1898) era esponente di una delle grandi famiglie dell'aristocrazia prussiana. Nel 1847 fu deputato della destra nel parlamento prussiano e si oppose ai moti democratici della rivoluzione del 1848. Nel 1862 divenne presidente del consiglio dei ministri della Prussia. Rafforzò l'esercito e impose gradualmente l'egemonia prussiana tra i tanti piccoli e grandi stati della Germania. Fu, nel 1870-71, l'artefice dell'unità della Germania sotto l'egemonia della Prussia e dopo, fino al 1890, il suo primo Cancelliere. Per i suoi metodi autoritari e l'inflessibile determinazione nel perseguire l'obiettivo di fare della Germania la potenza predominante in Europa, fu soprannominato "der eiserne Kanzler", il cancelliere di ferro. Per approfondire leggi: Otto von Bismarck - il "cancelliere di ferro" Come e quando è nata l'idea di una Germania unita? L'idea della Germania unita nasce nella lotta comune contro Napoleone che, all'inizio dell'800, aveva occupato tutta la Germania. Ma questa idea di una Germania unita era accompagnata anche da richieste democratiche, inaccettabili per i governanti, che erano tutt'altro che democratici. Un primo tentativo di arrivare a democrazia e unità fallì nella rivoluzione del 1848. Ma l'unità divenne necessaria anche per liberare lo sviluppo economico, bloccato da troppi confini e troppe leggi diverse. Ma purtroppo in Germania le idee politiche non hanno mai avuto forza se non c'era qualcuno che metteva a disposizione un esercito. Chi voleva l'unità? Quel qualcuno era la Prussia. Bismarck, uomo politico prussiano molto abile e senza troppi scrupoli (vedi anche la sua scheda biografica sopra), aveva capito che una Germania unita veniva o "dal basso", cioè dal popolo con tutti i rischi che questo comportava (bisogna ricordarsi che Carlo Marx aveva già scritto il suo "Manifesto dei comunisti") o arrivava "dall'alto", cioè da qualcuno abbastanza forte da poter costringere gli altri stati ad aderire a questa "Germania unita". Chiaramente, voleva essere la Prussia la guida di questo nuovo stato. Ma come fare a convincere gli altri stati, tutti orgogliosi di essere indipendenti? Un altro problema era l'Austria: integrarla o lasciarla fuori dalla Germania? La Prussia fece di tutto per provocare e rafforzare i contrasti con l'Austria, che, un po' alla volta fu emarginata. In questo modo la Prussia conquistava una posizione sempre più forte. La soluzione per risolvere definitivamente questi problemi era trovato presto: si provocava una guerra contro la Francia, il nemico numero uno, una guerra alla quale nessuno stato tedesco poteva dire di no. La Germania è nata nella guerra! La proclamazione dell'imperatore della Germania, nel 1871, nella Sala degli specchi del castello di Versailles a Parigi Questa guerra rafforzava da una parte i sentimenti nazionali, dall'altra parte serviva a far capire a tutti la forza militare che la Prussia nel frattempo aveva raggiunto. Così, vinta la guerra, tutti si piegarono alla Prussia. Il modo concreto della costituzione del nuovo stato è degno di essere raccontato perché costituiva una provocazione senza precedenti nei confronti della Francia che la umiliava profondamente: la cerimonia ufficiale della costituzione della nuova Germania fu celebrata, quando le truppe tedesche avevano occupato Parigi, nella sala più prestigiosa del palazzo reale di Versailles, centro e simbolo della monarchia francese (vedi il quadro in alto che raffigura questa scena)! Una umiliazione che i francesi non si dimenticavano certamente e che contribuì a cimentare la "storica" inimicizia tra i due popoli fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Otto von Bismarck : All'inflessibile "Cancelliere di ferro", gli avversari gli attribuirono una frase che viene spesso ripetuta "La forza supera il diritto". Bismarck negò di averla pronunciata, ma essa resta come il fondo del suo pensiero, la base della sua politica. E poiché questo pensiero messo in azione riuscì a fare l'opera sognata più di quanto nessuno avesse immaginato, esso finì per diventare la norma regolatrice della politica tedesca e quindi anche del pensiero nazionale tedesco. La generazione dopo il 1870, quella cresciuta con Bismarck, dominatore della vita politica per quasi trent'anni, finì per imbeversi talmente della propria gloria da giudicare la civiltà tedesca di gran lunga superiore alle altre e da considerare come suo dovere quello d'imporla a tutto il mondo. Con quale mezzo? Con lo stesso adottato con tanto successo dal "Cancelliere di ferro": "colla forza delle armi". Con la forza delle armi, la Prussia da Stato subordinato all'Austria, Bismarck riuscì a trasformare il suo Paese nella massima potenza continentale europea, riunendolo dopo secoli di divisione nazionale. Nel 1890, quello che fu definito il "grande burattinaio", "l'onesto sensale", trasformatosi in uomo di pace, lasciò il potere e rimase in disparte fino alla morte (1898) perché in urto con il nuovo giovane sovrano Guglielmo II; ma quella struttura autoritaria e quell'aggressiva impronta militarista - iniziata già nel periodo federiciano - rimase e portarono la Germania prima al disastro della Prima Guerra Mondiale, poi, fortemente decisi a rivalersi della umiliante sconfitta, con un "caporale" alla guida, al disastro della Seconda. Le date principali della vita di Bismarck 1815 1 aprile OTTONE LEONARDO LEOPOLDO VON BISMARCK-SCHONHAUSEN, nasce, secondogenito, nella famiglia prussiana dei Bismarck-Schonhausen, orgogliosa schiera di aristocratici prussiani, noti con il nome di "JUNKER": una rigida casta di latifondisti autoritari e potentissimi. 1847 Fino a questa data, Bismarck, alto, imponente, vigoroso, attivo nei diversi sport, trascorre i suoi primi 32 anni di vita turbolenta e inquieta, senza pensare alla politica. Poi si sposa con Giovanna Puttkamer, e desideroso di trovarsi una "sistemazione" di prestigio, iniziò a dedicarsi alla vita politica, quasi alla vigilia della rivoluzione di Berlino. Viene eletto deputato alla Dieta degli Stati Tedeschi (la prima che raccogliesse i rappresentanti degli Stati tedeschi che allora formavano la Confederazione Germanica, formatasi nel 1815. 1848 Alla sanguinosa sommossa di Berlino del 18 marzo 1848 ( che si proponeva di costringere il Re di Prussia, Federico Guglielmo, a concedere una Costituzione) il trono stava vacillando, ma il giovane deputato si schierò decisamente dalla parte del Re, ribadendo che la sovranità veniva dal "diritto divino". L'atteggiamento fu premiato dal Sovrano, affidandogli sempre più importanti incarichi. 1851 Viene promosso ambasciatore. Dotato di eccezionale fiuto politico, Bismarck inizia a dar prova del suo autentico genio politico e diplomatico. E' lui a inventarsi la "Realpolitik", una "politica realista" che lo avrebbe reso famoso; seguendo un solo dogma: raggiungere l'obiettivo proposto con il mezzo più rapido, sicuro, efficace, qualunque esso fosse. 1862 Viene nominato Cancelliere (Primo Ministro). Nella crisi politica di quest'anno dovuto al rifiuto dell'opposizione che non voleva accettare i provvedimenti di potenziamento, ammodernamento, riorganizzazione dell'esercito, il sovrano fa una mossa autoritaria: sciolse il Parlamento. Ma in virtù della Costituzione votata nel 1850, questa consentiva di rimanere in carica anche dopo un voto contrario e dopo lo scioglimento del Parlamento. Bismarck resta al suo posto di comando. 1864 Sotto la sua guida, inizia il programma politico per fare della Prussia lo Stato dominatore nel mondo tedesco, con il sogno di riunificare sotto di essa la Germania divisa, con gli Stati subordinati all'Austria. E' il periodo della Guerra alla Danimarca 1866 Sfrutta i dissidi interni dell'Austria e l'ostilità dell'Italia per l'imperatore asburgico, dichiara guerra e vince gli austriaci in una paurosa disfatta in Boemia a Sadova. La Confederazione, fino allora dominata dall'Austria viene sciolta. Gli Stati si riuniscono in una Confederazione (del Nord) sottoposta alla guida della Prussia. 1870-71 Dopo l'Austria rimaneva nel continente solo i Francesi di Napoleone III, tradizionale avversario, a contrastare l'egemonia tedesca. E quando scoppiò la guerra i piani per l'invasione della Francia erano pronti già da tre anni; I piani di Bismarck e la genialità strategica di von Moltke travolsero ogni resistenza a Sedan, lo stesso imperatore francese venne catturato, Parigi fu posta in assedio. 1871 Nella reggia di Versailles, Bismarck ebbe la soddisfazione di udire i principi tedeschi che si sottomettevano a Guglielmo I di Prussia e lo nominavano imperatore in Germania. Così "in mezzo al ferro e al fuoco" come si espresse lo stesso Cancelliere) poteva rinascere il Reich tedesco dopo tanti secoli di divisione nazionale. 1873-75 "Lotta per la cultura". Leggi contro la Chiesa cattolica 1878 Proprio come un accorto "burattinaio" Bismarck iniziò a manovrare i fili di una complicatissimi rete di alleanze, rapporti d'equilibrio, promesse e minacce, concessioni e pretese. E con Congresso di Berlino di quest'anno sancì tale equilibrio. 1882 Dopo le manovre di sopra parte una serie di alleanze e di patti. La maggiore tra queste alleanze fu la "Triplice Alleanza", alla quale accedette anche l'Italia, insieme all'Austria e alla Germania. 1888 Muore l'imperatore Guglielmo I. Sale al trono Guglielmo II e subito si aprì in contrasto tra Bismarck e il giovane 29 enne sovrano, che (oltre che geloso della sua popolarità) non tollerava i sistemi autoritari del "Cancelliere di Ferro". 1890 I contrasti durarono due anni, e inaspriti fino a tal punto che Bismarck si vide costretto a dimettersi dal governo e ritornare a malincuore alla vita privata. 1898 Dopo otto anni di vita trascorsa nel suo podere di Friedrichsruh, Bismarck il 30 luglio muore a 83 anni d'età. L'ORIGINE DELL'ODIO VERSO GLI EBREI: "Gli ebrei sono quelli che hanno crocefisso Gesù!" La più antica fonte dell'antisemitismo è cristiana: "Gli ebrei sono quelli che hanno crocefisso Gesù!". Per molti secoli la chiesa ha alimentato nel popolo questa convinzione demagogica che serviva a giustificare la persecuzione e l'eliminazione della "concorrenza" religiosa. La comunità religiosa degli ebrei era sparsa in tutta l'Europa, e costituiva sempre un corpo estraneo in una società in cui la chiesa voleva essere l'unica autorità, non solo religiosa, ma anche politica. Solo per la loro esistenza, gli ebrei erano un pericolo costante per una società medievale dominata dalla religione cristiana, il loro costante rifiuto di farsi cristiani era una specie di delegittimazione della validità universale della fede cristiana. Così è nato l'odio e anche la necessità di trovare una spiegazione "religiosa" per quest'odio. L'idea della "colpa collettiva" degli ebrei per la morte di Gesù era praticamente la condanna a morte per decine di migliaia di loro. Questa convinzione si mantenne molto a lungo, a livello più o meno conscio, in vasti strati della popolazione. Origine n°2: "Gli ebrei sono avari, degli usurai che si arricchiscono con i soldi degli altri!" a sinistra: una stampa del 1450 che rappresenta un cambiamonete ebreo. Durante il Concilio laterano del 1215 il Papa Innocente III, un nemico giurato degli ebrei, fece rilasciare una serie di norme che dovevano segnare il destino degli ebrei per molti secoli. Vietò per esempio ai cristiani di prestare soldi contro interessi e consigliò di escludere gli ebrei dalle altre associazioni professionali. Successivamente praticamente tutte le associazioni professionali, riferendosi a queste leggi della chiesa, vietarono agli ebrei l'esercizio della loro professione e costrinsero questi a delle attività professionali (cambiamonete, prestasoldi etc.) che il popolo, comprensibilmente, odiava. Tutti, anche i contadini più poveri, dovevano rivolgersi prima o poi a un ebreo per farsi prestare dei soldi e ogni raccolta andata male portava a un odio crescente verso di loro. Ma anche gli imperatori avevano un gran bisogno di denaro, motivo per cui di solito i poteri imperiali erano molto più tolleranti nei confronti degli ebrei dai quali spesso dipendevano. Origine n°3: "Gli ebrei non vogliono integrarsi nel mondo cristiano-occidentale!" Relegati da leggi religiose e civili nei loro ghetti, periodicamente perseguitati e anche sterminati, gli ebrei svilupparono una forte identità culturale che li fece sopportare e sopravvivere. Ma il loro essere diversi che si vedeva nel modo di vestirsi e in molte abitudini quotidiane, la loro "resistenza culturale", li rese ancora più oggetti di sospetti e di attacchi ingiusti. Colui che è diverso è tendenzialmente pericoloso. Questo vale oggi e valeva ancora di più per la società medioevale. Gli ebrei furono usati come capri espiatori per tutte le occasioni, furono resi colpevoli persino della peste che nel Trecento devastò mezza Europa: a Strasburgo, per esempio, furono sepolti vivi 2000 ebrei ritenuti responsabili di quella terribile epidemia. Origine n°4: "Gli ebrei vogliono dominare tutti i paesi, per poter manovrarli secondo i loro interessi!" a destra: la linea ferroviaria che conduceva all'entrata del campo di Auschwitz (Polonia) costituì il viaggio finale di milioni di persone. Ad Auschwitz e Birkenau morirono ca. 3 milioni di persone (soprattutto ebrei polacchi). Questa è la versione più "moderna" dell'antisemitismo, è quella inventata dai nazisti per canalizzare e deviare i mille motivi di scontentezza e di rabbia del popolo contro una facile preda, per dare una semplice "spiegazione" alle molte ingiustizie nel mondo che molta gente non riusciva a spiegarsi. In tutti i governi, in tutte le organizzazioni internazionali si potevano trovare degli ebrei, anche in posizioni importanti, e così era molto facile trovare delle "prove" per questa assurda affermazione. L'antisemitismo doveva diventare così una lotta di tutti i popoli contro un nemico che minaccia tutti. Per essere giustificato, lo sterminio sistematico aveva bisogno di una motivazione più forte, più "politica" e non solo etnica o religiosa. Lo scrittore tedesco Hermann Hesse sulle origini dell'antisemitismo: a sinistra: Hermann Hesse (1877-1962) "L'uomo primitivo odia ciò di cui ha paura, e in alcuni strati della sua anima anche l'uomo colto è primitivo. Anche l'odio dei popoli e delle razze contro altri popoli e razze non si basa sulla superiorità e sulla forza, ma sull'insicurezza e sulla paura. L'odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei certi strati meno saggi di un'altra razza sentono un'invidia che nasce dalla concorrenza e un'inferiorità umiliante. Più fortemente e più violentemente questa brutta sensazione si manifesta nella veste della superiorità, più è certo che dietro si nascondono paura e debolezza." (1958). LA GUERRA DEI TRENT'ANNI: La tragedia fondamentale della storia tedesca Alla luminosa fioritura del genio europeo che si associa per noi ai nomi di Shakespeare e di Cervantes, seguì immediatamente una catastrofe che piombò gran parte dell'Europa centrale in un abisso d'infelicità e di barbarie. La guerra dei trent'anni, iniziatasi con una rivolta religiosa nella Boemia, avrebbe potuto facilmente essere isolata, ma, non trovando invece ostacolo alcuno, travolse nella lotta, quantunque in grado diverso, quasi tutti gli stati europei. Tuttavia, benché Danimarca e Svezia, Francia e Inghilterra, Savoia e Paesi Bassi rappresentassero una parte nella tragedia, principale teatro della guerra fu sempre l'impero tedesco, e primi a soffrirne il popolo tedesco e il boemo. La natura non aveva favorito i tedeschi, tagliati fuori, per la loro posizione geografica, dalle imprese coloniali che, nel diciassettesimo secolo, avevano arricchito le potenze oceaniche. A questo ostacolo di natura geografica si aggiunse ora la depressione sociale, prodotta dalle devastazioni di una guerra condotta con una ferocia di cui la storia offre pochi esempi. È impossibile in verità esagerare le sofferenze degl'inermi contadini dell'impero tedesco in questi tempi di ferro: saccheggi, carestia, fame, persino cannibalismo. Interi villaggi scomparvero e, come sempre accade in epoche di estrema e disperata calamità, i freni morali si allentarono, dando luogo a scoppi selvaggi di dissolutezza. All'inizio del secolo sedicesimo, la Germania era in primo piano nella civiltà europea. Alla fine della guerra dei trent'anni (1648), priva di letteratura e di arte, appesantita da una lingua quasi incomprensibile, appariva, quanto a modi e costumi sociali, di poco superiore alla barbarie moscovita. Ferdinando II Primum mobile della guerra fu un gesuita coronato. Giudicato alla luce dei mutamenti attuati per sua personale iniziativa, Ferdinando di Stiria (1619-37), divenuto più tardi l'imperatore Ferdinando II, dev'esser considerato come uno dei grandi uomini d'azione del secolo. Fu il primo allievo di un collegio di gesuiti che salisse al trono imperiale; e sulla sua intelligenza angusta, esasperata e permeata dalla dottrina gesuitica, dominava un'unica passione, un unico scopo: odiava i protestanti e stabilì di sradicarli dai suoi dominii. Con una risoluta politica di persecuzione, iniziata nella Stiria (1598), continuata nella Boemia, e diffusa in lungo e in largo per tutti i suoi possedimenti austriaci, riuscì nel suo scopo di «liquidare» gli eretici e di concentrare tutta la vita intellettuale e religiosa del regno sotto il ferreo dominio dell'ordine dei gesuiti. Ma terribile prezzo della sua vittoria fu il violento sovvertimento di tutta l'impalcatura della società boema e, tra l'altro, lo scoppio della guerra dei Trent'anni. Pochi sono gli uomini onesti, devoti e coerenti come lui che abbiano attirato sul mondo sì gran valanga di miserie, imponendo allo spirito di un popolo un così lungo periodo di costrizione teologica. Carattere generale della guerra La lunga e rovinosa lotta non fu però combattuta per scopi insignificanti; si trattava di decidere se la Germania dovesse essere strappata alla Controriforma, con grave danno dell'avanzata dei gesuiti, conservando alla chiesa luterana e alla calvinista il dominio su grandi tratti dell'Europa centrale. Ma la religione, pur essendo il motivo fondamentale e appassionante non era allora, come forse non fu mai, l'unico che operasse sullo spirito degli statisti. La guerra dei trent'anni rivelò nel modo più lampante l'impossibilità della Germania a riunirsi nuovamente sotto una forte costituzione imperiale. Dimostrò che anche i prìncipi tedeschi, fautori della chiesa romana, erano anzitutto preoccupati della propria posizione territoriale e, piuttosto che cercar di ridare all'impero cattolico una posizione di vera autorità nella Germania, preferivano rimaner neutrali o addirittura allearsi coi francesi: cosicché la guerra, perpetuando le divisioni religiose della Germania, ne confermò pur l'anarchia politica. Ma esisteva un altro problema politico che entrava largamente nei motivi dell'epoca ed ebbe gran peso nella definitiva sistemazione ottenuta con la pace di Westfalia (1648). A chi spettava il dominio del Baltico? La grande epoca della Lega anseatica era ormai tramontata. Da tempo Lisbona e Anversa, Amsterdam e Londra avevano superato di gran lunga, dopo l'apertura delle nuove vie oceaniche, Lubecca e Rostock, Stralsund e Danzica. Pretendenti alla supremazia nel Baltico non erano più le repubbliche tedesche della Lega, ma i regni rivali di Danimarca, Svezia e Polonia, formidabile il primo per il suo dominio sul Sund e la sua occupazione delle tre provincie svedesi meridionali, e il secondo per l'energia e intelligenza dei suoi re eccezionali, mentre la Polonia, governata da un principe cattolico della casa dei Vasa, pareva annunziare che un giorno anche la Svezia sarebbe sottoposta ai dominio straniero dei gesuiti e degli slavi. Compito della Svezia È perciò caratteristico della guerra dei trent'anni che gli svedesi, pur combattendo per la causa protestante e contribuendo in modo decisivo alla sua definitiva vittoria, si preoccupassero anche vivamente di conquistare il dominio politico e commerciale della costa baltica meridionale e la libertà del Sund per il loro commercio, e che si servissero della guerra religiosa della Germania per raggiungere i loro scopi, trovandosi, alla fine, in virtù delle loro conquiste tedesche, padroni del Baltico e con un posto predominante nella Dieta. L'epoca della Russia non era ancor giunta; e le provincie baltiche le furono facilmente strappate dagli svedesi. Quanto agli Hohenzollern del Brandeburgo, a cui doveva in definitiva toccarne il possesso, il mare li separava dalla Pomerania e tenevano la Prussia orientale come feudo polacco. Era l'ora della Svezia. Per la prima volta, dopo le migrazioni gotiche, questo paese povero e sterile che contava un milione e mezzo di abitanti, ricomparve sulla scena della politica mondiale, contribuendo allo svolgimento della storia. Un grande re, appartenente a una dinastia eccezionale per talento ed energia, con radici profonde nell'affetto e nella devozione dei contadini, sorse come campione della religione protestante, fece della Svezia una potenza di prim'ordine e con una serie di brillanti vittorie, in gran parte finanziate dalla Francia, trasformò il Baltico in un lago svedese. Insurrezione protestante in Boemia Esistono, nella storia dei popoli, momenti in cui cause diverse cospirano a eccitare pericolosamente la pubblica opinione. Il centenario della Riforma Protestante (1617) segnò appunto un momento simile. Da tempo le discordie religiose nell'Europa centrale minacciavano un'esplosione generale. Vi erano stati incidenti gravi, persino piccoli scoppi di guerra aperta, fortunatamente circoscritti, come a Colonia nel 1580, e un'agitazione così diffusa da giustificare la formazione di una Unione evangelica armata difensiva (1608), cui si oppose immediatamente una Lega cattolica, appoggiata dalla Spagna. Soltanto l'assassinio di Enrico IV di Francia impedì, nel 1610, una guerra generale per la successione ai ducati di Clèves-Jülich. Ed ecco, proprio nell'anno del centenario, quando più ardeva la battaglia dei libelli contrastanti, nell'atmosfera fatta rovente dalle recriminazioni dei teologi rivali, la notizia che Ferdinando, il persecutore dei protestanti della Stiria, era salito al trono d'Ungheria e di Boemia ed era designato a succedere nell'impero all'anziano cugino Mattia. I protestanti di Boemia, benché abbastanza numerosi e potenti per ottenere dall'imperatore Rodolfo uno statuto di tolleranza (Litterae majestaticae del luglio 1609), non avendo parte alcuna nel congegno del governo, avevan dovuto vedere l'amato statuto amministrato in senso contrario ai loro interessi dal gruppo di reggenti o ministri reali, incaricati dall'imperatore Mattia del governo del paese. Le litterae majestaticae concedevano ai nobili e alle città reali della Boemia, della Slesia e della Lusazia il diritto di costruire templi e di praticare la forma boema del luteranesimo. In due posti soltanto, si diceva, a Braunau e Klostergrab, tale diritto era stato reso vano dall'intolleranza del clero cattolico, appoggiato dall'autorità imperiale. La chiesa protestante di Klostergrab era stata abbattuta; imprigionati, a Braunau, i protestanti che si agitavano contro la persecuzione cattolica. Se tutto ciò avveniva sotto il governo di Mattia, che potevano mai sperare i protestanti da Ferdinando? Già la notizia che il persecutore dei protestanti della Stiria era re e sarebbe presto imperatore aveva riempito di gioia tutti i gesuiti del paese. Ecco perché, sotto la guida di un nobile calvinista, Enrico Mattia di Thurn, i protestanti boemi decisero d'insorgere. La defenestrazione di Praga A un decreto reale che proibiva ai protestanti di riunirsi in assemblea, i nobili boemi risposero con la famosa «defenestrazione di Praga», prima scintilla della lunga guerra. Il peso dell'odiosa politica reale ricadeva su due ministri cattolici, Martinitz e Slawata, legati in modo particolare all'ultimo impopolare governo. Durante una violenta intervista nel Hradshin, il grande palazzo-fortezza che si erge cupo al disopra della città, questi due uomini e il loro segretario privato furon gettati da una finestra nel fossato del castello, con atto di collera premeditata, inteso a dimostrare agli interessati che la pazienza dei protestanti boemi era ormai esaurita e i calvinisti finalmente decisi a colpire. Una grande opportunità si offriva ora all'elettore luterano di Sassonia e all'Unione Evangelica. Se si fosse ben chiarito, a vantaggio di questo potente gruppo di prìncipi tedeschi, che le litterae majestaticae dovevano essere rispettate, e si fosse convinto il collegio elettorale a insistere su di esse come condizione indispensabile per l'elezione di Ferdinando a imperatore, forse la Boemia si sarebbe calmata e si sarebbe evitata la guerra. Ma l'Unione Evangelica non era formata da un gruppo di uomini valorosi e intelligenti. Non combatté la ribellione, ma neanche seppe darle attivo aiuto, e Ferdinando salì al trono senza incontrare opposizione (1619). Il conte Palatino e la corona della Boemia Il protestantesimo boemo non era stato mai né forte né unito, e, se non trovava alleati, doveva inevitabilmente perire. In oriente sperava nei turchi, nei protestanti ungheresi e nell'incerto appoggio di un misterioso e barbaro principe calvinista della Transilvania, chiamato Bethlen Gabor; a sud nei protestanti dell'Austria; a ovest, poiché la Sassonia era inerte e impotente, nel Palatinato, vigorosa fortezza del calvinismo. Deposto Ferdinando, i boemi offrirono la corona a Federico V, l'elettore Palatino, o, come lo si chiamava allora in Inghilterra, il «Palgravio». Era naturale che i puritani inglesi, dominanti ormai a Westminster, considerassero il Conte Palatino come il campione della causa protestante sul continente. Sua madre era figlia di Guglielmo il Silenzioso; sua moglie, l'affascinante Elisabetta, figlia di Giacomo I, il re inglese allora regnante. Ogni protestante inglese non privo di coraggio era disposto a impugnare la spada per la principessa inglese, il cui giovane marito tedesco pareva destinato a guidare la rivolta contro l'Austria e la Spagna. A Londra era assai popolare l'idea che si dovessero mandare truppe inglesi a difendere il Palatinato mentre il Conte Palatino muoveva alla riscossa della Boemia. Responsabilità di Giacomo di Inghilterra Giacomo I però non condivideva questo entusiasmo naturale, innebriante, ma ben poco saggio. E bisogna riconoscere che, in un certo senso, questo re pedantesco era più illuminato dei suoi sudditi. Credeva nella possibilità di un'unione profonda tra l'Inghilterra e la Scozia e pensava che, dopo le lunghe e sanguinose lotte religiose, era ormai tempo che regnasse in Europa un po' di pace e di tolleranza. Conchiuse perciò, nel 1604, una pace impopolare con la Spagna e, sedotto da un compìto e affascinante ambasciatore, stava appunto combinando per suo figlio un matrimonio spagnolo altrettanto impopolare quando si trovò a dover rispondere all'offerta boema e al deciso sentimento dei suoi sudditi. Un saggio e preveggente statista avrebbe cercato in ogni modo di dissuadere il Conte Palatino dall'iniziare un'impresa disperata, destinata a trascinare in guerra l'Europa tutta, dai Carpazi sino al Reno. Ma Giacomo non volle usare presso il genero dell'efficacia di cui avrebbe indubbiamente potuto giovarsi, e dobbiamo perciò considerarlo in gran parte responsabile dei mali che seguirono. La battaglia della Montagna Bianca Ed eccone le conseguenze. Il Conte Palatino, che non era affatto un campione, ma un giovane inesperto e piuttosto timido, cedette alla pressione degli scalmanati calvinisti e, senza pensare al seguito, si lasciò incoronare re di Boemia. Un'aspra battaglia sulla Montagna Bianca, a poche miglia fuori di Praga (novembre 1620), bastò per decidere il suo fato. Un valoroso avrebbe forse tentato di radunare intorno a sé i fuggitivi. Il giovane calvinista invece si limitò a fuggire con la sua graziosa moglie, abbandonando i protestanti di Boemia alla mercé di Ferdinando; il quale, appoggiato ora non soltanto dai cattolici della Lega, ma anche dai luterani di Sassonia, non aveva ragione alcuna di esser mite verso i ribelli che avevano congiurato coi turchi, minacciato Vienna, e posto sul suo trono un eretico chiamato dall'altra estremità della Germania. Decise perciò di estirpare dalla Boemia la religione protestante, e in questa sua risoluzione ebbe un successo raramente uguagliato nella storia della persecuzione. Un sistema di conquista diffusa e spietata repressione mise il paese sotto il giogo austriaco. S'impose ai céchi una classe dirigente intollerante quanto quella dei colonizzatori inglesi in Irlanda, e che non doveva essere seriamente minacciata fino al diciannovesimo secolo. Funzionari tedeschi governarono nello Hradshin, preti gesuiti furon messi a dirigere l'educazione nel Clementinum. Al seguito dei nobili, degli avventurieri e dei funzionari tedeschi, dei preti gesuiti e dei monaci cappuccini, giunsero anche i legulei tedeschi a bandire i princìpi autocratici della legge romana. Sotto la loro rigida dottrina, i contadini boemi furono calpestati e ridotti in schiavitù. Prima conseguenza dell'impresa del Conte Palatino fu perciò la creazione di uno stato servile in Europa. [...] Intervento della Danimarca Trovare alleati era ora più che mai necessario ai calvinisti, se volevano riconquistare questi territori d'importanza vitale; poiché, tra le altre conseguenze, l'avventura del Conte Palatino aveva spinto la Sassonia e i luterani dalla parte dell'imperatore, provocando così lo scioglimento dell'Unione Evangelica. Il fatto che la Sassonia luterana si fosse unita alla Boemia cattolica in difesa del cattolicesimo e per Ferdinando di Boemia, rivelava chiaramente il profondo antagonismo tra la fede luterana e calvinista che, prevalente sia dall'inizio, era stato più d'una volta fatale all'azione efficace dei protestanti. Ma rivelava anche un altro importante elemento politico: il forte conservatorismo dell'elettore sassone, la sua ripugnanza ad appoggiare le innovazioni violente e il suo desiderio di collaborare con l'imperatore finché gli fosse possibile. Nel momento più critico, i protestanti combattenti della Germania chiesero e ottennero l'aiuto di Cristiano di Danimarca. Non certo ansia e sollecitudine per la religione protestante spinsero questo monarca luterano a intervenire nella contesa germanica, ma piuttosto l'avidità suscitata in lui dal possibile bottino cattolico. Aspirando tra l'altro ad acquistare una bella posizione per i suoi figli, sperava di ottenerla con le rendite di certi vescovati della Germania settentrionale; e, poiché l'avidità per le proprietà ecclesiastiche non era affatto particolare ai danesi, ma ampiamente condivisa dai prìncipi protestanti della Sassonia inferiore, non fu difficile, con qualche incoraggiamento da parte della corte d'Inghilterra, combinare un'alleanza, mettere insieme un esercito e decidere una campagna. Wallenstein Mentre tutto questo si veniva preparando nel nord, un importante mutamento si verificava nella direzione militare delle forze cattoliche. I primi trionfi della Controriforma nella Boemia e nel Palatinato non furono ottenuti dall'esercito imperiale di Ferdinando, ma dai contingenti tedeschi di Massimiliano di Baviera. Che la protezione dell'imperatore dipendesse così da un vicino che poteva anche trasformarsi in rivale, era una situazione che Vienna considerava ormai intollerabile. Una politica imperiale esigeva un esercito imperiale e un comandante imperiale. Ed ecco, a soddisfare questa esigenza, l'enigmatica e potente figura di Alberto Venceslao von Waldstein, principe di Friedland, noto comunemente sotto il nome di Wallenstein. Questo principe era un nobile boemo, utraquista per nascita ed educazione [con questo nome erano indicati gli hussisti della Boemia, a cui era stato concesso l'uso del calice nel sacramento dell'Eucarestia], che già aveva dimostrato le proprie qualità nella guerra contro i turchi. Poco o nulla si curava di religione, quando non si voglia definir tale l'astrologia; ma nutriva in compenso desideri e ambizioni sufficienti a creare o rovinare un impero. La sua ricchezza era enorme, poiché egli ricavava denaro dalla guerra, dalle speculazioni terriere, da tutto ciò che toccava; e la sua ambizione non era inferiore al suo destino. Il grande palazzo di Praga, con le sue statue e il suo portico italiano, le lunghe sale ornate da pomposi candelabri, le tappezzerie, i quadri e le curiosità, sopravvive come ricordo del buon gusto, dello splendore e della fortuna di Wallenstein. Ecco l'uomo che si offriva ora, di radunare a proprie spese un esercito per Ferdinando, con l'unica condizione che, mentre l'artiglieria e le munizioni catturate in guerra sarebbero consegnate all'imperatore, il bottino fosse invece riservato alle truppe. Minaccia cattolica del nord Nella campagna protestante del 1626 si posson distinguere due imprese diverse, terminate entrambe con un disastro: un attacco, in collaborazione col principe di Transilvania, contro gl'imperiali a est, e un'avanzata verso sud, dalla Danimarca, contro l'esercito della Lega cattolica. Il progetto orientale non ebbe altra conseguenza che la morte, in un lontano villaggio bosniaco, di Mansfield, il miglior condottiero dei protestanti. Quanto ai danesi, un colpo schiacciante vibrato loro a Lutter, nella Turingia (27 agosto), fu sufficiente ad affermare la superiorità di Tilly e Wallenstein, ad aprire lo Schleswig-Holstein all'avanzata dei cattolici, e a togliere ai danesi ogni efficacia nella contesa. Di nuovo la causa protestante era caduta nell'abisso più profondo, e di nuovo la stessa completezza del trionfo imperiale creò forze di reazione destinate a limitarlo e frenarlo. Nell'esaltazione prodotta dalla vittoria, gli elettori cattolici concepirono un'idea abbastanza naturale ma poco saggia, perseguita con conseguenze perniciose agli interessi dell'imperatore. Una massa considerevole di ricchezza ecclesiastica, che comprendeva nella Germania settentrionale due arcivescovati e dodici vescovati, era, sin dal 1552, passata dai cattolici ai protestanti. Parte di questa imponente proprietà era stata spesa degnamente a sostenere la chiesa luterana; il resto, assai meno degnamente, a soddisfare le esigenze e il lusso dei prìncipi secolari. Tutto questo bottino doveva ora, in virtù di un editto del 6 marzo 1629, ritornare ai suoi proprietari cattolici. È facile immaginare come simile sconvolgimento turbasse gli amministratori protestanti, costretti, sotto la tirannica pressione delle truppe di Wallenstein, a cedere una proprietà che da molti anni ormai consideravano propria. Gli stessi cattolici incominciarono a mormorare quando seppero che i padri gesuiti si venivano insinuando anche nelle abbazie dove non erano stati mai prima d'allora e che, dietro consiglio di Wallenstein, si divisava di creare, con quattro ricche sedi della Germania settentrionale, un principato per un principe ereditario. A quale scopo, si chiedevano i tedeschi sia cattolici che protestanti, tendevano la posizione e gli atteggiamenti di Wallenstein? Era ammiraglio del Baltico e duca del Meclemburgo; il suo grande esercito, composto di soldati di ogni fede e di ogni paese, saccheggiava allo stesso modo cattolici e protestanti. Pensava forse di far del suo padrone il despota della Germania? Oppure sognava di costruire un regno per sé? Il suo furioso zelo per la religione romana era forse soltanto una unzione di cui si serviva per mascherare il suo intento di abbattere la libertà della Germania a favore degli interessi austriaci? Tali i dubbi di molti spiriti protestanti e cattolici della Germania. Massimiliano di Baviera era un onesto papista, ma non aveva combattuto per Ferdinando alla Montagna Bianca per permettere a un condottiero boemo di calpestar con gli zoccoli ferrati dei suoi cavalli i prìncipi tedeschi. Alla Dieta di Ratisbona (luglio 1630) insisté perché Wallenstein fosse congedato e, con grande sorpresa dei tedeschi, fu accontentato. Di questa incipiente rivolta contro l'impressionante dominio dell'Austria, la Francia, sotto la guida del cardinale di Richelieu, approfittò abilmente e prontamente. Disarmando la Baviera con un trattato segreto, accettò di finanziare (Trattato di Bâlwalde, 23 gennaio 1631) un'invasione svedese nella Germania, allo scopo di rialzare le fortune della causa protestante. Gustavo Adolfo ristabilisce l'equilibrio Da qualunque punto di vista si voglia considerarla, la figura di Gustavo Adolfo di Svezia ci appare alta e luminosa. Brillante linguista - parlava infatti otto lingue -, grande soldato e istruttore di soldati, statista di ambizioni ampie ma non inattuabili, sincero, appassionato e semplice credente nella fede ereditata dai suoi padri, Gustavo fu superiore agli altri statisti della sua epoca per energia, semplicità e integrità di carattere. Generalmente parlando, i due grandi motivi che diressero la sua vita furono la patria e la fede. Per la Svezia egli desiderava una partecipazione sicura, non molestata e predominante, nel commercio del Baltico e a tale scopo, e anche come scudo contro Russia e Polonia, una lunga striscia della costa Baltica meridionale; per il protestantesimo tedesco, la vittoria contro i cattolici e un territorio più ampio, al sicuro da ogni attacco. Passò guerreggiando la sua matura giovinezza. Combatté i danesi, i russi e più tardi Sigismondo Vasa, il cattolico re di Polonia, appartenente alla sua stessa famiglia, che aspirava a governare la Svezia imponendovi la fede romana. In queste difficili guerre sotto gl'inclementi cieli polacchi, Gustavo si foggiò lo strumento che lo rese famoso negli annali della storia militare. L'esercito svedese, di cui facevan parte molti gagliardi scozzesi, aveva cinque caratteristiche importanti: i soldati portavano un'uniforme; i reggimenti erano piccoli ed equipaggiati in modo da potersi spostare rapidamente; una leggera artiglieria mobile da campo, facile da maneggiare e brillantemente manovrata, rafforzava la fanteria; i moschetti erano di tipo superiori a quelli generalmente in uso; la cavalleria, invece di galoppare incontro al nemico, scaricando le pistole secondo l'uso olandese per poi tornare indietro a ricaricarle, muoveva all'assalto ad arma bianca. A questi vantaggi, la virtù del comandante dava un'efficacia incalcolabile. Regolando ogni particolare, condividendo ogni difficoltà, accettando qualunque rischio, valendosi di ogni opportunità, Gustavo animava i suoi rapidi e focosi seguaci a sopportare, obbedire e, se necessario, morire. Prima dell'importante trattato con la Francia, Gustavo era già a sud del Baltico e ben stabilito nella Prussia orientale e nella Polonia occidentale. Se mai aveva nutrito dubbi circa l'opportunità di una campagna in Germania per la limitazione del potere imperiale, tali dubbi furono dissipati da manifesti segni d'ostilità da parte di Ferdinando. Sostenendo che l'impero di Svezia apparteneva per diritto al membro cattolico della casa dei Vasa governante in Polonia, l'imperatore rifiutò di riconoscere a Gustavo il titolo di re. Non ci voleva molto a capire che dietro questo rifiuto si celava un piano di restaurazione cattolica nella Svezia nella persona del re polacco Sigismondo. Quando Wallenstein si fu impadronito della Germania settentrionale, procedendo in seguito ad assediare Stralsund, Gustavo giudicò ch'era giunto il momento d'intraprendere un'aspra lotta per la Svezia e per la fede. Ferdinando gli era nemico per tre diverse ragioni: come amico della Polonia, come campione della chiesa romana e come diretto pretendente alla potenza nel Baltico - e tutta la Germania sembrava ai piedi di Ferdinando. Ma, nonostante le sue ampie e generose vedute e il suo sogno di creare una federazione protestante nella Germania, «l'invincibile monarca, baluardo della fede protestante, leone del nord, terrore dell'Austria, Gustavo Adolfo» non riuscì meglio dei danesi a risolvere il tormentato problema di dare ai tedeschi la pace religiosa. Agli studiosi d'arte militare di tutta Europa, non ultimi quelli d'Inghilterra e di Scozia, come la guerra civile doveva presto dimostrare, il metodo di Gustavo servì come modello. La sua rapida campagna vittoriosa nella Germania settentrionale, la sua schiacciante vittoria sull'esercito, superiore per numero, di Tilly a Breitenfeld (17 settembre 1631), l'avanzata delle armi protestanti su Praga a oriente, e su Magonza e Worms a occidente, la sconfitta finale di Tilly sul Ledi, e l'ingresso di Gustavo a Monaco, formano un complesso di imprese abbaglianti che per molto tempo suscitarono l'ammirazione europea. In meno di due anni le fortune delle due dottrine rivali eran state violentemente capovolte. Ma nella vittoria svedese v'era più apparenza che sostanza. Un esercito straniero malpagato che viva sfruttando il paese non può essere popolare. I protestanti tedeschi eran restii a sostenere una potenza di cui sospettavano con buone ragioni che tendesse soprattutto a conquistare territori tedeschi. Contrariamente alle speranze di Richelieu, i cattolici, esasperati dal sistematico saccheggio delle brigate giallo-azzurre, videro negli svedesi non degli amici, ma dei nemici, cosicché, invece di muovere unite contro Ferdinando, Svezia e Baviera si gettarono l'una contro l'altra. Da questo conflitto Gustavo uscì vittorioso. Ma doveva ancor fare i conti con un esercito imperiale, nuovamente raccolto e guidato da Wallenstein, abbastanza forte per cacciare i sassoni dalla Boemia e che, dopo la sua unione con le forze di Massimiliano, contava ben 60.000 uomini. A Norimberga, Gustavo, misurandosi contro il grande boemo, subiva la sua prima sconfitta; e, benché se ne rifacesse sul sanguinoso campo di Lützen (16 novembre 1632), a poco giovò il coraggio degli svedesi, poiché il loro re, senza che essi lo sapessero, era caduto combattendo. «Io sono il re di Svezia», disse, a quanto pare, ai corazzieri che gli chiedeva chi fosse, mentre giaceva al suolo mortalmente ferito, «e consacro col mio sangue la causa della religione e della, libertà tedesca». Oxestierna e l'alleanza di Heilbronn Con la morte di Gustavo, scomparve dalla contesa l'ultima parvenza d'idealismo protestante. Ma la guerra continuò: ché la Svezia non era disposta ad abbandonare una lotta da cui aveva ricavato il prezioso baluardo della Pomerania, il saccheggio di molte facoltose città, e un posto importante nei concilii europei. Se Gustavo era morto, rimaneva, come reggente del regno svedese durante la minore età della sua figlioletta, il perspicace statista che, compagno delle sue preoccupazioni e dei suoi sogni, portava da tempo il peso del governo civile e aveva raccolto nelle proprie mani le redini della diplomazia estera. Oxenstierna era ben deciso a conservare alla Svezia il predominio sulla Germania protestante. I marescialli di Gustavo, che consideravano la guerra come sale dell'esistenza, non attendevano che il suo cenno; e col loro aiuto, rafforzato dagli sforzi dei franconi, degli svevi, e delle due regioni renane (Alleanza di Heilbronn, 23 aprile 1633), il cancelliere svedese sperava ancora di poter assicurare una pace vittoriosa alla causa svedese e protestante. Assassinio di Wallenstein e pace di Praga Con assai minor coerenza di propositi, anche Wallenstein meditava un piano per risolvere la questione tedesca. Nella cricca gesuitica di Vienna, la condotta del grande generale boemo dopo la battaglia di Lützen suscitava i più gravi sospetti. Wallenstein, inerte in guerra, era invece attivo nelle arti diplomatiche. Anziché sfruttare le conseguenze di Lützen come sarebbe stato logico, se ne stava ozioso in Boemia a negoziare coi sassoni. Né la presa di Ratisbona da parte degli svedesi, né l'impressione che questa suscitò a Vienna, lo spinsero a un'azione efficace. Malandato in salute e roso da ambizioni traditrici, egli aspirava ormai a una pacificazione generale della Germania, da attuarsi col suo prestigio personale. Ma la pace di Wallenstein non poteva essere una pace gesuitica: sarebbe stata troppo boema, troppo tollerante per soddisfare i padri: e forse, benché non fosse certo, egli avrebbe imposto, tra le condizioni, una corona boema per sé. Tali fantasie però non eran destinate ad avverarsi. Si decise a Vienna che quell'uomo era troppo pericoloso per continuare a vivere, e sul campo di Eger i dragoni irlandesi si prestarono a sopprimerlo (1634). Le prime vere offerte di pace vennero da quella parte della Germania che, sin dall'inizio della guerra, aveva dimostrato minor gusto per la lotta. Lo spirito guerresco luterano era una tenera pianticella, prosperosa soltanto al sole delle vittorie svedesi. Cosicché quando Bernardo di Sassonia-Weimar e Horn, i due generali a cui era passato il comando di Gustavo Adolfo, furono sconfitti definitivamente sul campo di Nördlingen, e la Germania sud-occidentale passò di colpo dal dominio svedese all'imperiale, l'elettore di Sassonia si schierò immediatamente coi luterani dalla parte dell'imperatore. La pace di Praga (1635) non fu certo cavalleresca, ché i luterani non soltanto abbandonarono gli alleati svedesi, ma s'impegnarono ad aiutare l'Austria a cacciarli dalla Germania; comunque, la pace è sempre migliore della guerra e la pace di Praga, accettata verso la fine del 1635 da quasi tutti i prìncipi importanti e le città libere del paese, fu, data la situazione, la sistemazione migliore e più saggia. I firmatari protestanti ottennero una garanzia per il loro culto e l'autorizzazione a conservare ancora per un periodo di cinquant'anni le terre e le rendite tolte alla chiesa romana. Trionfo di Richelieu Ma proprio quando pareva ormai imminente una pace generale, la guerra entrava invece in una fase nuova e completamente secolare, perdendo l'originario carattere religioso e trasformandosi nella lotta tra Borboni e Absburgo per la supremazia in Europa. Ben poco rimaneva in verità dell'antico spirito teologico in una lotta in cui la Francia cattolica e la Svezia protestante erano alleate (Trattato di Compiègne, 28 aprile 1635) con la repubblica olandese protestante contro la Germania luterana, l'Austria cattolica e la cattolica Spagna; in cui la Savoia vendeva la propria amicizia ora a un partito, ora al partito avverso, e in cui non si trattava più di problemi di fede o di rituale, bensì di decidere se si dovesse permettere alla Svezia di conservare la Pomerania o alla Francia di tenersi l'Alsazia. Ben poco spirito religioso dunque, ma un insopportabile infuriare di marce e contromarce, assedi e saccheggi, incendi, assassinii, e di tutti gli orrori che truppe mercenarie barbare e affamate possono infliggere a una popolazione inerme. Primo responsabile di questo lungo periodo di angoscia e di caos, fu, come si è visto, un cardinale della chiesa romana. Per ben diciotto anni (1624-42), il genio politico di Richelieu, primo ministro di Luigi XIII, dominò la scena europea. Mancavano a questo imperioso prelato molte qualità essenziali a uno statista. Completamente ignorante di economia e finanza pubblica, non fece il minimo sforzo, nonostante il suo lungo periodo di potere assoluto, per por rimedio alle confusioni, irregolarità e oppressioni del sistema fiscale francese, destinato a far crollare la monarchia. Né si preoccupò mai minimamente del lato umanitario della politica. Una causa, e una sola dominò, dal principio alla fine, il suo intelletto lucido, spietato e logico: lavorò unicamente e puramente per la grandezza della Francia, nel senso in cui questo compito fu inteso da una lunga serie di statisti francesi, da Mazarino e Luigi XIV, da Danton e Napòleone, da Delcassé e Clemenceau, da Poincaré o dal suo allievo Tardieu. Sin dall'inizio egli pose a se stesso tre fini: distruggere la potenza politica degli ugonotti, riumiliare la nobiltà, e rendere il nome del re temuto e rispettato in tutta Europa. Raggiunse perfettamente il primo scopo, in parte il secondo; al terzo, cui era corollario la distruzione della Germania e la caduta della Spagna, contribuì notevolmente. Quanto poco fosse attaccato ai pregiudizi religiosi lo dimostra il fatto che, nella sua grande impresa contro gli ugonotti, il cardinale non si fece scrupolo d'invocare l'aiuto protestante. Per ricevere aiuti finanziari dall'erario francese, gli olandesi furon costretti a collaborare alla presa di La Rochelle, famosa capitale del calvinismo francese. Per quanto tale impresa potesse apparire odiosa nella città di Amsterdam, da un punto di vista più ampio giovava indubbiamente agl'interessi protestanti che fosse tolta agli ugonotti la possibilità di molestare il governo francese. Una minoranza armata, padrona di un centinaio di città fortificate, era come un blocco di granito, ostacolo allo svolgimento nazionale. Finché gli ugonotti formavano uno stato dentro lo stato, Richelieu non poteva organizzare e dirigere i prìncipi protestanti del continente contro la casa d'Absburgo: soltanto quando si fu liberata di questo ostacolo interno (1629), la Francia poté assumere quella parte dominante nella direzione della guerra dei trent'anni, che riaffermò e perpetuò lo scisma religioso in Europa. I nobili non lo intimidivano: fece giustiziare, come colpevole di congiura, Montmorency, primo nobiluomo di Francia. Per controbilanciare la potenza dell'aristocrazia, creò gradatamente il nucleo di un'amministrazione civile accentrata (gl'intendenti), come pure un esercito e una flotta al servizio permanente della corona. Dal punto di vista diplomatico, quando si distolga lo sguardo dalle sofferenze umane, non si può fare a meno di ammirare l'abilità con cui un prelato cristiano prolungò una guerra barbara e inutile, la tempestiva liberalità con cui il languente entusiasmo degli indispensabili svedesi fu ravvivato da elargizioni di uomini e di denaro, la finezza con cui il miraggio di una pace imminente fu fatta balenare ai loro occhi e la destrezza con cui i rivali più temibili, danesi e polacchi, furon placati e convinti a rinchiudersi in una tranquilla neutralità. Se anche alcuni suoi piani fallirono, come ad esempio quella confederazione renana sotto la protezione francese che, più e più volte, sotto Mazarino, sotto Napoleone, sotto Poincaré, fu poi creata o tentata non possiamo tuttavia fare a meno di apprezzare un disegno che includeva la conquista del Rossiglione, l'invasione della Catalogna, l'unione di Mantova, Parma e la Savoia contro la potenza spagnola in Italia, un legame matrimoniale con l'Inghilterra e la conquista dell'Alsazia Lorena alla monarchia francese. Si osservò che, come ministro della guerra, Richelieu aveva molti difetti, che non sapeva creare un esercito né combinare una campagna, ch'era troppo geloso della propria superiorità per chiamare al comando uomini eminenti, e che soltanto nel 1643, quando già egli era sceso nella tomba, la vittoria di Condé a Rocroy dimostrò che la Francia era di nuovo una grande potenza militare. Tanto più dovremo dunque ammirare la diplomazia del cardinale. Benché poco avessero fatto gli eserciti francesi, dopo i sette anni della campagna di Richelieu, la Francia era padrona dell'Alsazia, della Lorena, del Rossiglione, e aveva posto in freno all'avanzata della Controriforma in Germania. Rovesci della Spagna In quest'ultimo periodo della guerra (1621-65), la Spagna, governata da Filippo IV e da Olivarez - un re fiacco e un ministro testardo - subì quattro rovinosi disastri: la distruzione della flotta, la rivolta della Catalogna, la perdita del Portogallo e un'insurrezione a Napoli. Sorgente comune di tutti questi disastri fu l'ambizione della Spagna, paese povero, esausto, mal amministrato, diviso dalla geografia e dalla storia in compartimenti distinti e opposti, di rappresentare una parte dominante sulla scena della politica europea. Uno statista, non affascinato dallo splendore della guerra con l'estero, avrebbe capito che uno stato, caduto in basso come la Spagna all'accessione di Filippo IV, chiedeva imperiosamente un lungo periodo di pace, di economia e di riforme civili. Con le finanze in disordine, la flotta oceanica ridotta a un'ombra, perdute le Indie, le colonie americane attaccate ormai a un filo, il Portogallo e Napoli frementi di malcontento, la moneta deprezzata e i Paesi Bassi praticamente perduti per sempre, la Spagna non era più in grado di dirigere le forze cattoliche dell'Europa contro il nemico protestante. Olivarez era abile, vigoroso, irrequieto; ma era un cortigiano, completamente digiuno di scienza politica. Il suo ozioso padrone fu lusingato dall'idea di una grande guerra estera che, diretta da un abile ministro, restituisse alla corona l'antico splendore. Ma questa politica naufragò urtando contro lo scoglio della finanza. Per condurre una guerra vittoriosa, occorreva a Olivarez assai più denaro di quel che il popolo di Spagna, attraverso le cinque Cortes spagnole, fosse disposto a concedere. Incontrò perciò resistenza dappertutto, specialmente nella Catalogna, la provincia più ricca, ma anche più indipendente, dell'impero spagnolo. Nel momento più inopportuno, Olivarez decise di debellare la resistenza dei catalani, abolire i loro privilegi e imporre loro un esercito mercenario. Ma Barcellona non era La Rochelle: era, subito dopo Siviglia, il più ricco porto della Spagna, la capitale di una popolazione che aveva lingua e costumi propri antichissimi, cui era più facile fraternizzare con un provenzale che con un castigliano, e per nulla disposta a lasciarsi considerare come una provincia della Castiglia. Nel 1640 i catalani insorsero, e l'anno seguente elessero Luigi XIII conte di Barcellona, ponendosi formalmente sotto la protezione dei francesi. La rivolta catalana ebbe un'immediata e grave ripercussione sulla situazione nel Portogallo. Sessant'anni di unione, anziché migliorare, non avevan fatto che inasprire i rapporti tra Portogallo e Spagna. I portoghesi fremevano sotto il governo degl'incomprensivi vicerè spagnoli e si lagnavano che Cadice avesse tolto a Lisbona la supremazia commerciale. Ma un rancore ancor più profondo e legittimo aveva reso il legame assolutamente detestabile. La Spagna aveva fatto perdere al Portogallo il suo impero nell'oriente, coinvolgendolo in tutte le inimicizie che le grandi ambizioni cattoliche della monarchia spagnola si erano attirate. Assai scarsa era la simpatia del Portogallo per queste ambizioni; avrebbe anzi preferito mille volte liberarsi da un legame che portava a rovina le sue migliori attività. La politica accentratrice di Olivarez, applicata dall'odioso Vasconcellos, rese intollerabili questi già profondi scontenti. Vedendosi trattati come una provincia della Castiglia e minacciati di tasse castigliane e infiammati dall'esempio dei catalani, i portoghesi insorsero, chiamando al trono un nobile della casa di Braganza. Fu cosa di tre ore. L'unione fu spezzata, e la scissione, resa più profonda da ventotto anni di futile guerreggiare (1640-68), non è stata ancora sanata. Olivarez e Richelieu avevano entrambi ragione a credere che un maggior accentramento fosse necessario all'efficace svolgimento dei rispettivi governi. Ma se Olivarez fallì mentre Richelieu ebbe successo, ciò si deve al fatto che in Francia le condizioni erano favorevoli e in Spagna contrarie all'accentramento. In Francia tutte le strade conducevano a Parigi. In Spagna, nessuna via conduceva invece a Madrid. Montagne e uomini son nell'Iberia ugualmente ostinati. Olivarez non tenne conto delle montagne e tentò d'imporsi agli uomini. Contro tale affronto alla sua quiete diletta e romita, nessuna razza al mondo poteva reagire con maggior testarda ostinazione della razza iberica. Lo spagnolo costruiva vasti sogni d'impero, ma non voleva pagare per attuarli. Era assolutamente impossibile convincere un catalano dell'inadeguatezza di una finanza medievale alle responsabilità di un impero moderno. La ripresa della guerra con gli olandesi, spirata, nel 1621, la tregua di dodici anni, fu un'altra speculazione che finì male per la Spagna. Alla morte di Maurizio di Nassau, gli olandesi trovarono nel suo minor fratello Federico Enrico uno statista e un soldato capace di dirigere la difesa nazionale. Sotto questo comandante mirabile, e con l'aiuto di Richelieu e di un gagliardo corpo di avventurieri inglesi, la repubblica olandese oppose una vittoriosa resistenza agli eserciti di terra della Spagna. Gli assedi di Hertogenbosch, di Maestricht e di Breda dimostrarono che nell'arte poliorcetica gli olandesi non avevano perduto la virtù antica. Sapevano conquistare città e difenderle. In una guerra di posizione, ben diversa da una guerra di movimento, non esistevano truppe più competenti; ma le rapide marce, le travolgenti vittorie e le operazioni su grande scala di Gustavo Adolfo erano estranee al genio di questa razza lenta e metodica. Gli olandesi non seppero far altro che conservare le proprie posizioni: anche con l'aiuto francese, il compito di schiacciare la difesa austro-spagnola nelle provincie meridionali era assolutamente superiore alle loro forze. Il vero genio del popolo olandese non si rivelò in questa guerra di terra ferma, ma sulle acque. Con intrepido coraggio essi penetrarono nelle più remote e desolate parti del globo, esplorando le Amazzoni, portando da Formosa il tè nell'Europa, fondando in Batavia il centro di un impero orientale, e ritagliando uno stato olandese nella grande massa del Brasile portoghese. Tra le cause che provocarono la caduta del regno unito di Spagna e Portogallo, gli attacchi degli olandesi alle colonie portoghesi nel Brasile e nell'isola di Ceylon debbono essere considerati come fattori fondamentali. Contro questo continuo svolgersi di attività coloniale, il regno iberico unito fece, alla vigilia della dissoluzione, un ultimo gagliardo e disperato sforzo. Una forte flotta al comando di Oquendo, uno dei migliori marinai spagnoli, fu mandata nella Manica a lottare con gli olandesi nelle loro acque native; un'altra armata, in parte spagnola e in parte portoghese, attraversò l'Atlantico per riconquistare il Brasile. Ambedue queste flotte furono distrutte dall'abilità superiore degli avversari olandesi. La battaglia delle Dune (1639), in cui Van Tromp sconfisse Oquendo, è famosa negli annali navali dell'Europa; ma i quattro giorni di battaglia di Itamarca, al largo della costa di Pernambuco (1640) furono ugualmente decisivi. Queste due vittorie olandesi, una nelle acque europee, la seconda nel sud-America, segnarono la condanna dell'impero iberico. La pace di Westfalia Causa determinante della pace di Westfalia (1648) che conchiuse questa lunga guerra, non fu la volontà degli eserciti rivali di Germania a imporre una decisione militare, ché tale volontà non esisteva - essendo la guerra un'occupazione assai vantaggiosa, - ma piuttosto il buon senso e l'umanità della regina Cristina di Svezia, la stanchezza della Spagna, e l'impazienza di un congresso, costretto da tre anni in due noiose cittadine della Westfalia (Münster e Osnabrück) e ansioso di concludere un tedioso e complicato lavoro. Ma soldati svedesi, francesi e imperiali esercitarono sino alla fine il loro mestiere con lo stesso gusto. La lotta e il saccheggio eran per loro come l'aria che si respira; e se i diplomatici non fossero giunti a un accordo, scossi finalmente dal loro torpore dalla pace separata tra Spagna e Paesi Bassi nel gennaio del 1648, Wrangel e Konigsmark, Condé e Turenne, Colloredo e Piccolomini avrebbero continuato a combattere finché non fosse giunta l'ora di cedere le armi a una nuova generazione di formidabili capitani. La pace di Westfalia, corrispondente all'equilibrio delle forze politiche e religiose dell'epoca, determinò per molte generazioni la politica pubblica dell'Europa. Ciascuno dei protagonisti ottenne una soddisfazione mondana; l'imperatore la corona boema, riconosciuta ereditaria alla sua famiglia, la Francia il langraviato dell'Alsazia, la Svezia la Pomerania occidentale e i vescovati di Bremen e Verden, e la Baviera il Palatinato superiore. Per l'avvenire dell'Europa il più importante di questi accordi fu l'acquisto da parte della Francia della sovranità sull'Alsazia superiore e inferiore, a compenso del suo intervento nella guerra del langraviato. Come vide allora uno dei suoi diplomatici e come Mazarino comprese più tardi, sarebbe stata una soluzione assai migliore per la Francia e meno provocatrice per la Germania se l'Alsazia fosse stata riconosciuta come feudo imperiale che portasse con sé uno scanno nella Dieta tedesca. Ma l'errore, ormai compiuto, era irrimediabile. E la sfida lanciata in tal modo al popolo tedesco, fu accolta più tardi, quando si fu sviluppato il sentimento nazionale. Era impossibile che dalle passioni di questa guerra rovinosa nascesse la tendenza alla tolleranza religiosa. Nessun partito era disposto alla tolleranza; si trovò tuttavia un modus vivendi, riaffermando il principio del cujus regio ejus religio, ch'era stato la base della pace di Augusta, ed estendendolo alla fede calvinista. I vescovati del nord rimasero ai protestanti. Il Palatinato inferiore, con l'aggiunta di un ottavo elettorato, fu conferito a Carlo Luigi, figlio del Re di un inverno, che, assumendo poco saggiamente la corona della Boemia, era stato l'origine di tanti mali; ma la Boemia stessa e tutti i dominii ereditari della casa d'Austria furono ceduti ai gesuiti e su questa ampia regione si attuò il sogno di Ferdinando, che cioè a nessun eretico fosse permesso esercitare il proprio culto o la propria predicazione. Un vero abisso separa la Germania di Federico Barbarossa dalla debole federazione di circa trecento e cinquanta stati (ciascuno dei quali autorizzato a seguire una propria politica finché non si opponesse a quella dell'imperatore) uscita dal congresso di Westfalia. Mentre il Barbarossa esercitava sulla Germania un'autorità reale, anche se irregolare, ora la potenza dell'imperatore, benché riconfermata nell'Austria, nella Boemia e nell'Ungheria, non era che un'ombra fra i tedeschi. Svizzera e Paesi Bassi appartenevano un tempo all'imperatore: ora l'indipendenza della repubblica svizzera era formalmente riconosciuta e i Paesi Bassi, benché nominalmente facessero ancor parte del distretto della Borgogna, si erano praticamente scissi in una provincia spagnola e in una repubblica olandese. E se anticamente la Germania era una potenza dominante nel mondo, ora era poco più che zero, e a un'unica fede religiosa se n'erano sostituite tre. Le divisioni della Germania e la prostrazione della Spagna diedero all'ambizione militare francese possibilità di cui Luigi XIV e Napoleone seppero pienamente giovarsi. ELISABETTA D'AUSTRIA: Elisabetta d'Austria (detta anche "Sissi") nacque nel 1837 in una famiglia dell'aristocrazia bavarese. Nel 1854, all'età di 15 anni, sposò uno degli uomini più potenti e ricchi dell'epoca, Francesco Giuseppe, imperatore dell'Austria. Fu uccisa nel 1898, all'età di 60 anni, a Ginevra da un anarchico italiano. Già durante la sua vita si crearono intorno alla sua figura miti e cliché che, rafforzati dai quadri "ufficiali", dalla stampa rosa di allora e di oggi e infine dal cinema, hanno trasformato Elisabetta in una "regina del cuore", che ancora oggi costituisce l'immagine collettiva di Elisabetta. In queste tre pagine vi presento alcune fotografie che rappresentano gli unici documenti autentici sull'aspetto di Sissi e che spero possano contribuire a correggere l'immagine falsa creata dall'iconografia ufficiale e da tutti quelli che traevano e continuano a trarne un profitto. La giovane Elisabetta (nei quadri ufficiali): Dolce, sorridente e in armonia col marito: così Elisabetta doveva essere per la corte imperiale di Vienna, così il popolo austriaco doveva conoscere la sua imperatrice, così fu dipinta innumerevoli volte. Ma a Elisabetta non piaceva mettersi in posa per i quadri. La maggior parte dei pittori era così costretta a dipingerla a memoria o si faceva ispirare da fotografie, rendendole poi più adatte per il gusto della corte. La giovane Elisabetta (in fotografia): Due foto da una serie di fotografie "ufficiali" di Elisabetta, poco dopo il suo matrimonio. Nonostante gli sforzi del fotografo di farla sorridere, Elisabetta non ci riusciva proprio. Il suo viso esprime piuttosto chiaramente la tensione, lo stress e l'angoscia che Elisabetta accumulò nei primi mesi di matrimonio. L'ambiente ostile della corte viennese, la quasi totale assenza di vita privata, l'invadenza della suocera, la sua solitudine e l'indifferente "neutralità" di Francesco Giuseppe, suo marito, nei confronti delle sue sofferenze non si potevano nascondere. Il sogno d'amore si era trasformato, in pochissime settimane, in un incubo. FEDERICO SECONDO: Re della Germania, re della Sicilia, re di Gerusalemme, imperatore del Sacro Romano Impero - di titoli e onori Federico II ne ha avuto tanti! Ma aveva anche molti potenti nemici, primi fra tutti i papi che lo hanno scomunicato ben tre volte. Era di origini tedesche, ma ha sempre preferito la Sicilia che sotto il suo regno divenne uno dei paesi più acculturati e sviluppati dell'Europa. a sinistra: Federico II, in una rappresentazione dell'epoca Nato nel 1194, Federico divenne re della Sicilia alla tenera età di 3 anni, sotto la tutela del papa Innocenzo III, e re della Germania all'età di 16 anni. All'età di 24 aveva già raggiunto l'apice: fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero. Sotto il suo regno la Sicilia ebbe una fioritura culturale mai visto prima, Federico riorganizzò l'amministrazione e favorì il commercio e le attività manifatturiere. Prova della fioritura economica del suo regno in Sicilia fu la coniazione della prima moneta d'oro dell'Occidente dai tempi carolingi. Fondò l'università di Napoli e stimolò arte e letteratura. Parlava varie lingue, tra l'altro anche l'arabo e aveva vasi interessi intellettuali, coltivò studi di filosofia, astrologia, geografia e delle scienze. Fu persino un buon poeta che fece diventare la sua corte di Palermo un centro letterario al livello europeo, un punto di incontro della cultura araba, bizantina, ebraica e latina. Tollerante e rispettoso nei confronti dell'Islam riunì alla sua corte i saggi provenienti da tutte le parti del mediterraneo. a destra: il Castel del Monte, Castello pugliese di Federico II Ma Federico ebbe anche dei violenti scontri con altri poteri, in particolare con i papi che avevano paura del crescente potere di un imperatore così indipendente che non volle sottomettersi al volere del papa. Nel 1224 il papa Gregorio IX lo scomunicò con il pretesto della mancata indizione di una crociata che Federico aveva promesso. Quando Federico poi partì per la Terrasanta, concludendo vittoriosamente la crociata con dei trattati col sultano d'Egitto, recuperando ai cristiani Gerusalemme, Betlemme e Nazareth fu nuovamente osteggiato dal Papa. Con i sultani non si possono fare dei trattati! Seguirono degli scontri militari molto violenti con il Papa e con la lega dei Comuni nel nord dell'Italia. Nuovamente scomunicato dal Papa nel 1239 e nel 1245 persino dichiarato deposto dal concilio di Lione, Federico II, tra vittorie, tregue e sconfitte riuscì comunque a uscire fuori con la testa alta da tutti gli scontri dimostrandosi in tutto la sua vita, fino alla sua morte per una improvvisa malattia nel 1250, uno dei più grandi sovrani per vivacità intellettuale, larghezza di orizzonti culturali e religiosi e una indiscussa capacità di governo. Molti dei suoi avversari videro in lui incarnazione dell'Anticristo, per il suo atteggiamento indipendente e poco rispettoso nei confronti della Chiesa, mentre i suoi sostenitori lo considerarono persino come un "secondo Cristo". Era indubbiamente un imperatore molto insolito per il suo tempo, qualcuno lo considera persino il primo imperatore "rinascimentale". Pur essendo anche re della Germania e di origine tedesca si interessava ben poco delle sue radici al nord, culturalmente gli sembrò molto più stimolante e avanzata la Sicilia e il mondo del mediterraneo con il diretto contatto tra mondo occidentale e mondo arabo. LA STORIA DELLA LINGUA TEDESCA: Il tedesco che si parla oggi non è quello che si parlava 500 o 1000 anni fa. È il risultato di molteplici mutamenti e influenze subite da altre lingue. Ripercorrere questo sviluppo è molto utile per capire meglio il tedesco di oggi. Il tedesco appartiene alle lingue germaniche, che è una sottofamiglia delle lingue indoeuropee. Le lingue germaniche sono soprattutto quelle scandinave, l'inglese, il nederlandese e il tedesco. Il tedesco di oggi si è formato in un lungo processo dal medioevo fino ai nostri giorni. E lo sviluppo della lingua non è certamente finito qui: ogni lingua, anche il tedesco, è in continuo movimento. Il tedesco fra due-trecento anni non sarà più quello di oggi, cambia il vocabolario, ma cambiano anche delle strutture grammaticali! LA STORIA DEL MARCO TEDESCO: Nella storia dell'ultimo secolo il Deutsche Mark ha giocato un ruolo da vero protagonista: Bismarck unifica la Germania all'insegna del marco; lo strumento vagheggiato da Hitler per realizzare il sogno di un Reich millenario è la moneta tedesca; dalle macerie del dopoguerra sorge il Deutsche Mark, poderoso strumento di sviluppo economico e di stabilità politica, e sarà proprio il Deutsche Mark a sancire, prima di ogni altra cosa, la riunificazione delle due Germanie. Quel che avverrà domani in Europa si può intuire guardando a quanto è accaduto nell'ultimo secolo in Germania, l'unico paese che ha conosciuto drastiche riforme valutarie e dove la moneta è stata l'artefice di unità e di divisioni. IL MITO DEL MAGGIOLINO: La storia del Maggiolino cominciò con la testardaggine di Ferdinand Porsche (1875-1951, foto a sinistra). Sì, è proprio quel Signor Porsche che nel 1950, all'età di 75 anni, a Stoccarda avrebbe fondata la fabbrica di macchine sportive che ancora oggi fa sognare gli automobilisti di tutto il mondo. Già da bambino Porsche era un entusiasta della tecnica e in particolare delle prime macchine che all'epoca cominciarono a circolare per le strade. Durante la Prima Guerra Mondiale disegnò carri armati alimentati dall'energia elettrica e negli anni '20 lavorò per la più grande industria automobilistica tedesca Daimler (che più tardi sarebbe diventata la Mercedes), disegnando macchine da corsa. In quell'epoca, solo i ricchi potevano comprarsi una macchina, il sogno di Porsche era invece costruire una macchina economica che tutti potevano permettersi. Nel 1929 portò questa idea al suo capo Daimler che però non voleva avventurarsi in un'impresa del genere e rifiutò. Così Porsche, nel 1931, si mise in proprio e cominciò a collaborare con Zündapp che era un produttore di motociclette. Insieme costruirono tre prototipi. Ma nascevano problemi tecnici (dopo 10 minuti di funzionamento il motore puntualmente si fuse) e Zündapp si ritirò. Il partner successivo di Porsche fu, nel 1932, la NSU, un'altra ditta costruttrice di motociclette. Insieme migliorarono il motore e lo resero molto più affidabile, ma i tempi erano duri e dopo gravi problemi finanziari, Porsche era di nuovo da solo alla ricerca di un nuovo partner che potesse finanziare la realizzazione del suo sogno. Il progetto di Adolf Hitler a sinistra: Porsche (a sinistra) mostra a Hitler (al centro) un modello del Maggiolino e gli spiega le sue caratteristiche. Nel 1925, Adolf Hitler era in prigione. Nel caos economico e politico dell'anno 1923, quando era ancora un uomo politico quasi sconosciuto, Hitler aveva, insieme ad altri, tentato un colpo di stato. Ma quest'impresa fallì il che comportò per lui un anno in prigione. In quell'anno Hitler lesse una biografia di Henry Ford che, con il "Modello T", aveva creato per la prima volta una macchina accessibile per un pubblico più largo, e cominciò a sognare una "macchina per il popolo" (in tedesco: "Volkswagen") che poteva anche essere un ottimo argomento a suo favore nelle future campagne elettorali. Hitler fu eletto Primo Ministro nel 1933 e uno dei primi discorsi da capo del governo lo tenne a Berlino, in occasione di un'esposizione di automobili. Porsche era presente e quando capì che Hitler aveva progetti simili ai suoi fece di tutto per incontrarlo. Hitler era entusiasta quando, nel 1934, conobbe Porsche e gli espose subito un programma piuttosto impegnativo. La sua "macchina per il popolo" doveva soddisfare le seguenti condizioni: doveva correre 100 km/h in autostrada doveva fare 7 km con un litro di benzina doveva avere un motore raffreddato ad aria, robusto e affidabile doveva essere capace di trasportare 2 adulti e 3 bambini doveva essere capace di trasportare 3 soldati e un mitra (!!) doveva costare meno di 1000 Reichsmark (un operiao specializzato con un buon salario guadagnava all'epoca ca. 200 Reichsmark al mese, un operaio semplice ca. 130, con poche possibilità di risparmiare qualcosa) un prototipo di questa macchina doveva essere pronto in dieci mesi Le ultime due condizioni sembravano quasi impossibili da realizzare soprattutto perché la macchina più economica dell'epoca, la Opel P4, costava il 50 % in più, circa 1.500 Reichsmark. Porsche accettò lo stesso perché capiva che era l'unica chance che aveva. Porsche doveva disegnare la macchina e la RDA, l'associazione tedesca dei costruttori di macchine, doveva costruirla. Nel 1936 i primi tre prototipi furono provati in un test massacrante di più di 50.000 km. Nel '37 seguirono altri 30 prototipi che fecero insieme ca. 2,4 milioni di chilometri e nel 1938 il Maggiolino era praticamente pronto e aveva già la sua forma caratteristica che nei prossimi 50 anni sarebbe cambiata solo in alcuni dettagli. Nello stesso anno fu posta la prima pietra della fabbrica per la costruzione di serie che doveva iniziare nel settembre del '39 (nella foto: due dei primi prototipi del Maggiolino, a destra un decappottabile). Ma nello stesso mese, Hitler iniziò la guerra e quindi solo pochissime macchine furono costruite. Il governo aveva deciso che la macchina doveva costare 990 Reichsmark ed era stato ideato un sistema che doveva permettere a chiunque di comprarsi la macchina risparmiando 5 marchi alla settimana per un periodo di ca. 4 anni. Circa 337.000 persone aderirono a questa campagna di risparmio, che continuò anche durante la guerra, e la somma risparmiata complessivamente crebbe fino a ca. 280 milioni di marchi. La guerra cambia tutto In guerra Hitler aveva un gran bisogno di macchine e perciò la fabbrica che doveva costruire le macchine per il popolo fu destinata alla costruzione di macchine per l'esercito. La carrozzeria originale di Porsche era pero troppo "rotonda", il progetto originale troppo "sofisticato". I generali avevano bisogno di macchine economiche facili da costruire e da riparare. Così il "Volkswagen" (macchina del popolo) diventò il "Kübelwagen" ("Kübel" significa "mastello"). Esisteva anche una versione anfibia ("Schwimmwagen") e un'altra ("Kommandeurwagen", che era molto più comoda) per i comandanti e i generali. Del Kübelwagen furono costruiti 50.000 esemplari, del Schwimmwagen 15.000 e del Kommandeurwagen ca. 600. Nella fabbrica si costruivano inoltre le stufe da campo per i soldati in Russia e alcuni tipi di bombe aeree. I soldi messi via da molti piccoli risparmiatori che volevano comprarsi la Volkswagen giacevano nel frattempo in banca e aspettavano tempi migliori. Alla fine della guerra i soldati russi trovarono questi soldi in una banca a Berlino, ma i risparmiatori dovettero aspettare il 1961 quando la Volkswagen decise di concedere ai risparmiatori uno sconto di 600 marchi sull'acquisto di una nuova Volkswagen. Dopo la guerra arriva il grande successo Per fortuna Hitler perse la guerra e la Germania fu divisa in quattro zone, ognuna amministrata da uno dei paesi vincitrici, cioè dalla Francia, USA, Inghilterra e Unione Sovietica. La fabbrica di Volkswagen a Wolfsburg si trovava nella zona inglese che probabilmente la salvò perché i russi e i francesi smontarono quasi tutte le grandi fabbriche nelle loro zone per portare i macchinari nelle loro patrie e gli americani ritenevano la Volkswagen superata. Gli inglesi, invece, rimisero in moto la produzione e, dopo aver restituito la fabbrica all'amministrazione tedesca nel 1948, nominarono Heinrich Nordhoff, che prima della guerra aveva lavorato per la Opel, responsabile della nuova azienda. Per la sua stretta collaborazione con Hitler, Porsche era politicamente troppo compromesso, quindi non aveva nessuna chance di poter portare avanti il suo progetto con la Volkswagen. Ma il suo ufficio di costruzioni che aveva aperto nel 1931, dopo il "divorzio" con Daimler, esisteva ancora e così Ferdinand Porsche ricominciò da capo, aprendo nel 1950, all'età di 75 anni, una nuova fabbrica a Stoccarda cominciando con la costruzione della ... Porsche. E come si sa ha avuto un certo successo. A destra: un manifesto pubblicitario per il Maggiolino nei primi anni '60: tutta la famiglia è felice perché è arrivata la macchina, il simbolo numero uno del benessere dell'epoca. Heinrich Nordhoff fu l'uomo che, negli anni '50 e '60 portò il Maggiolino (che in Germania si chiama "Käfer"), e con esso la Volkswagen, al successo in tutto il mondo. Creò per il Maggiolino una rete di vendita e di assistenza capillare e senza precedenti: sbarcò con la Volkswagen prima in Irlanda (1950), poi in Sudafrica (1951), in Brasile (1953) e in Australia (1955). Nel 1955 fu aperta la VW of America e, contro ogni aspettativa, il successo della piccola macchina tedesca continuò anche negli Stati Uniti dove la gente si era ormai abituata a macchine ben più grosse (agli "Straßenkreuzer", come si dice in tedesco, cioè gli "incrociatori delle strade"). In Germania il Maggiolino diventava il simbolo e l'incoronamento del nuovo benessere, del "miracolo economico" degli anni '50 e '60. Il Maggiolino ha motorizzato le famiglie tedesche, non quelle ricche (che si compravano la Mercedes), ma soprattutto quelle della fascia medio-bassa. Solo negli anni '70 la richiesta del Maggiolino, almeno in Europa e negli Stati Uniti, cominciò a calare e nel 1978 l'ultima macchina di questo tipo lasciò la catena di montaggio di Wolfsburg, e nel 1980 l'ultima decappottabile del Maggiolino fu costruita dal costruttore Karmann. Una buona idea non muore mai Ma il "Käfer", il Maggiolino non era morto. Da una parte in Brasile e in Messico le fabbriche della Volkswagen continuavano a produrre e a vendere questo modello con successo. In Europa invece, il Maggiolino è diventato quasi "una macchina di culto", i raduni delle vecchie Volkswagen si tengono regolarmente e il numero di macchine di questo tipo ancora in circolazione non sembra diminuire. Chi ce l'ha ancora se la tiene stretta, la cura e la coccola. Soprattutto tra i giovani il Maggiolino sembra godere di una fama intramontabile e di questo devono essersi accorti anche i dirigenti della Volkswagen in Germania. Infatti, nel gennaio del 1998, è stato presentato il nuovo Maggiolino, chiamato Beetle: In 60 anni, del vecchio "Käfer" sono stati venduti più di dieci milioni di macchine. Ora c'è invece il nuovo "Beetle". Tecnologicamente non ha niente a che fare con il modello vecchio, ma basta uno sguardo per capire che la tradizione - e il mito - continuano. Peccato che costi così tanto! IL MITO DELLA BIRRA TEDESCA: Tutto inizia cinquecento anni fa ... Tutto comincia cinquecento anni fa, quando il Duca Guglielmo IV di Baviera emana il cosiddetto Reinheitsgebot (editto della purezza), nel 1485 per la città di Monaco, nel 1516 per tutta la Baviera, con l'intenzione di regolare l'industria della birra contemporanea. La spinta a dare una certa regolamentazione venne da una grande inquietudine nella popolazione bavarese: i cattivi raccolti del grano avevano avuto anche come conseguenza l'aumento del prezzo della birra, spesso incontrollato. La birra era un alimento importante e il principe voleva garantire per tutti una bevanda dal costo accessibile. Un'altra causa della inquietudine nella popolazione era la grande paura non soltanto per le malattie, ma anche di essere avvelenati da alimenti adulterati. Ma, al di là dello scandalo delle frodi, c'era anche un problema insito nella birra stessa: il risultato della fermentazione naturale del malto di per sé non aveva un gusto molto gradevole, essendo abbastanza insipido. Da tanto tempo, quindi, si sperimentavano altri ingredienti oltre l'acqua e l'orzo per dare alla birra un sapore migliore. A tal fine si erano utilizzate sostanze di ogni genere, come ad esempio erbe, radici, funghi; persino sostanze organiche come il sangue di bue ... Per quanto il luppolo fosse già conosciuto da tanto tempo come conservante naturale e come sostanza per aromatizzare la bevanda, c'erano tanti birrai che cercavano di migliorarne il gusto con altre sostanze - spesso pericolose per la salute. La preoccupazione del principe fu di proteggere la popolazione da quegli abusi. Un terzo motivo per l'emanazione dell'editto del 1485 ha un sapore moderno: il Principe volle condizionare i produttori di birra a livello economico, concedendo il privilegio come una prerogativa speciale. Sotto la prospettiva moderna del "marketing", si può dire che la birra bavarese diventò così un "marchio di qualità". Il primo risultato di questa politica economica dei principi bavaresi fu che i produttori di birra guadagnarono un prestigio sociale molto alto. Ecco Gambinus, il mitico re germanico, che si dice abbia inventato la birra, nel IX secolo. In Germania la birra è anche un affare politico ... Le conseguenze dell'editto furono degne di nota: il massimo del prezzo per una "misura" ("Maß" - circa un litro, espressione usata ancora oggi in Baviera per il tipico boccale di birra) fu fissato a 2 Pfennig d'argento - quando ad esempio la carne di vitello costava per chilo circa 5 Pfennig, un pollo 4 Pfennig o dieci uova 2 Pfennig. Per fare una proporzione con il livello di vita, un falegname guadagnava in quel tempo circa 24 Pfennig al giorno. Il prezzo della birra è sempre stato un affare quasi "politico". Nel 1844 la popolazione a Monaco fece una rivolta per l'aumento arbitrario del prezzo della birra. Quando le masse popolari insorsero contro le fabbriche di birra, il governo tentò una repressione militare che non ebbe buon esito, perché i soldati, soffrendo essi stessi per i prezzi impossibili della birra, fraternizzarono con i rivoltosi ... Un'altra conseguenza dell'editto fu la fissazione dei controlli. A Monaco per esempio c'era dopo la sua emanazione una commissione comunale per controllare la qualità ed anche l'igiene del processo di fabbricazione. I produttori dovettero prestare giuramento e così furono obbligati al rispetto delle regole dell'editto. I sofisticatori di birra venivano regolarmente puniti; ma mentre nella Babilonia venivano annegati nella propria birra, in Baviera erano imprigionati e forzati a bere per un bel po' di tempo la birra da loro stessi adulterata... Anche l'aspetto della "politica economica" fu coronato dal successo, e non soltanto a livello di mercato (la birra bavarese è stata sempre un prodotto importante della esportazione!). Un bell'esempio del prestigio goduto dai produttori di birra fu il comportamento del padre di Federico II di Prussia. Era usanza della corte Prussiana di avviare tutti i figli alla conoscenza di un mestiere "borghese". Così il re spinse il principe ereditario allo studio dell'arte della birra. Fu così che Federico II conobbe bene il mestiere del birraio! Ancora un altro esempio: la figlia del produttore di Birra Pschorr a Monaco si sposò nel secolo scorso con un rampollo dell'alta borghesia e diventò così la nonna del famoso compositore Richard Strauß ... La fermentazione della birra è stregoneria ?? Si capisce che per tanti secoli i produttori non ebbero una conoscenza scientifica, nel senso moderno del termine, del processo di fermentazione. Fin dall'inizio dell'evo moderno tante credenze popolari dovevano aiutare a spiegare che cosa succedeva quando si trasformava il malto in alcool. Nella regione corrispondente all'odierna Svizzera si credeva che la fermentazione fosse opera delle "streghe della birra"; invece i Germani erano convinti che il dio Wotan dovesse sputare nella birra per innescare il processo... Ma alla fine si capì che era quella sostanza che saliva in superficie, il lievito, a provocare la fermentazione. Solo nel secolo scorso, però, fu scoperto da Louis Pasteur, che si trattava di microrganismi, cioè funghi, che trasformavano il malto in alcool ed anidride carbonica.

 
<- Indietro - Continua ->