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ANGLICANESIMO

L'ANGLICANESIMO - LA STORIA DELLA CHIESA ANGLICANA
 

CATTOLICI E PROTESTANTI A CONFRONTO Si dice che il protestantesimo abbia una concezione individualistica dell'essere umano: in realtà il cattolicesimo non gli è da meno. La differenza sta in questo, che i cattolici racchiudono quella che per loro è l'impotenza umana a compiere il bene nella sfera nella subordinazione politica al papato, mentre i protestanti, rinunciando all'ideale di perfezione socio-religiosa che il cristianesimo ha sempre predicato (cioè la società tutta cristiana), si disperdono nella vita della società borghese, affrontando o con angoscia (se onesti) o con incredibile superficialità i loro problemi esistenziali. Un protestante, essendo un individualista, è sempre un anarchico con tendenze estremiste (quando non è acquiescente alla volontà dello Stato, che per lui in un certo senso sostituisce la chiesa). I cattolici credono in un ideale assoluto e, pur sapendo di non poterlo realizzare (poiché, secondo loro, il "paradiso" è solo "nei cieli"), si affidano, come pecore, all'autorità del loro supremo pastore; i più fanatici attendono con impazienza i segni dell'apocalisse; la maggioranza, di fatto, vive come i protestanti, cioè in modo conforme all'ideologia borghese, benché sul piano sociale i cattolici siano meno individualisti o meno statalisti dei protestanti, i quali appaiono, di primo acchito, più organizzati e disciplinati dei cattolici semplicemente perché hanno sacrificato una parte del loro individualismo alle esigenze dello statalismo: essi non riescono a concepire l'adesione a una chiesa in funzione antistatalista, come invece accade nei cattolici, specie nelle frange integraliste. Ormai l'unico simbolo rappresentativo della religione cattolica ufficiale è rimasto il papato. In lui si realizza, maxime, la concezione individualistica che i cattolici hanno dell'essere umano. In effetti, è una peculiarità tipica dei cattolici quella di vivere socialmente la religione (si pensi alla vita parrocchiale, all'associazionismo giovanile, al volontariato, al movimento cooperativo, al folclore, alle feste paesane.) e di avere nello stesso tempo un culto individualistico ancora così forte per una persona che assomiglia a un monarca, autoritario e addirittura infallibile. Normalmente l'autoritarismo è figlio dell'individualismo e in effetti i cattolici sono individualisti sul piano politico, cioè credono nella superiorità della gerarchia, subordinano il concilio al papato, il vescovo domina nella diocesi ecc. I cattolici sono medievali sul piano politico e non riescono a essere moderni (cioè individualisti) come i protestanti sul piano sociale, anche se oggi si può dire che i cattolici siano sempre più protestanti sul piano sociale e sempre meno cattolici su quello politico. Questo è frutto di una competizione impari tra capitalismo e cattolicesimo romano. *** Una contraddizione insostenibile della chiesa cattolica, quella per cui, in ultima istanza, è nato il protestantesimo, è rappresentata dalla seguente domanda: se la natura umana è necessariamente incline al male, al causa del peccato d'origine, come potrebbe essa restare fedele a un ideale assoluto, oggettivo, teologicamente perfetto e immutabile? "Non può" - questa la risposta dei protestanti, i quali hanno aggiunto che la salvezza dell'uomo, stando le cose in termini così drammatici, dipende solo da dio, mentre sul piano pratico ogni azione umana, nei limiti del buon senso (che è ovviamente elastico), è lecita. I cattolici invece insistono nel sostenere che l'uomo, benché condizionato da quel peccato, può ugualmente essere perfetto: gli è sufficiente obbedire alla gerarchia ecclesiastica e, soprattutto, al papato, vero deus ex-machina. Essi cioè hanno risolto in maniera politico-autoritaria un problema che non sono riusciti a risolvere in maniera socio-democratica. Come si può notare, i protestanti non sono un'alternativa convincente alla limitata soluzione cattolica, poiché, invece di affrontare il problema ponendo un nuovo criterio per vivere i rapporti sociali, si rifugiano nell'interiorità della loro coscienza, accettando la prassi sociale dominante, che è quella borghese, e, siccome questa crea più problemi di quanti ne risolva, si affidano ingenuamente all'autoritarismo statale (la fiducia in questo tipo di autoritarismo è tanto più forte quanto più forti sono gli antagonismi sociali). La posizione protestantica, in ultima istanza, vanifica completamente il primato della coscienza interiore, che in origine si era voluto porre in contrasto al formalismo e all'autoritarismo della prassi cattolico-romana. I protestanti hanno puntato la loro attenzione sulla libertà individuale e sono diventati i più conformisti di tutti. Tuttavia, se il protestantesimo ormai non ha più niente da dire al mondo moderno, il cattolicesimo occidentale si pone ancor più fuori della storia. Da un lato infatti si ostina a non concedere alcuna autonomia di pensiero al laicato cattolico; dall'altro invece è costretto a constatare che nell'ambito della società civile esso viene rifiutato per motivi non solo di ordine politico, ma anche di ordine etico, in quanto il cittadino chiede una separazione non solo istituzionale (fra Stato e chiesa), ma anche morale (fra dogmi religiosi e concezione laica della vita). L'unica speranza di sopravvivenza del cattolicesimo sta nella Teologia della liberazione del Terzo Mondo. Ma questa teologia, portata alle sue logiche conseguenze, è destinata a trasformarsi in una forma di socialismo democratico. PROTESTANTESIMO E CAPITALISMO Il protestantesimo era l'ideale per il capitalismo del XVI secolo. Togliendo all'uomo il senso "oggettivo" del peccato, esso ha fatto del dio assoluto del mondo cattolico (coi suoi dogmi, tradizioni, concili, gerarchia, papato...) una proiezione soggettiva del singolo credente. All'inizio il protestantesimo ha potuto affermare, a buon diritto, il valore della coscienza soggettiva del peccato, di fronte al formalismo di una religione (quella cattolica) che presumeva di togliere ogni peccato attraverso l'espiazione della colpa (pena e penitenza) o addirittura attraverso la compravendita delle indulgenze. Ma subito dopo questa intelligente protesta, la Riforma è caduta nell'arbitrio, non tanto per aver negato valore normativo a qualunque mediazione ecclesiale che non fosse l'esperienza settaria messa in piedi dallo spontaneismo più estremo, quanto per aver indotto i credenti ad accettare nel loro individualismo i criteri di vita della prassi borghese, al punto che per impedire proteste e rivoluzioni sociali in direzione del socialismo (anzitutto agrario) si è stati costretti ad usare fortissime repressioni. La fede di questo credente post-feudale, dovrebbe restare, in teoria, "angosciata" fino al giorno della sua morte, poiché egli non può sapere con sicurezza se dio lo salverà. Anzi, di più: non solo le "opere" non potrebbero servire a giustificare la coscienza del credente protestante, ma, in definitiva, neppure la sua "fede", perché senza la "grazia divina" la fede è impotente (qui sta il passaggio dal luteranesimo al calvinismo, che è la vera religione del capitalismo). L'uomo dunque è predestinato o alla salvezza o alla condanna. Se non ha fede, di sicuro è condannato; se ce l'ha può solo sperare d'essere salvato. Il protestantesimo prima ha privatizzato la fede, abolendo il valore giustificativo delle opere (esso infatti afferma che si possono compiere "opere buone" con una "coscienza cattiva", allo scopo appunto di dimostrare agli altri che si è apparentemente "buoni"); poi ha permesso l'agire individuale più anti-religioso, col pretesto che nessuno può sindacare le intenzioni della coscienza. Se infatti le "opere" non contano, poiché conta solo la fede nella grazia divina, allora opere e fede marciano separate, al punto che, nei limiti della fede, ogni opera è permessa. Nei limiti di una fede individuale, necessariamente fragile, incoerente, debole, le opere non religiose che di fatto si compiono sono molte di più. La religione non è più un ostacolo alla prassi borghese di vita. In questo senso il protestantesimo rappresenta un progresso verso la laicizzazione dei costumi e verso l'ideologia ateo-scientifica, ma solo in questo senso, poiché nella scelta a favore dell'individualismo esso non può superare i limiti della religione. Non si può dire però, con Weber, che il protestantesimo abbia determinato o condizionato o promosso, in prima istanza, l'agire borghese. Si deve piuttosto dire che se il sistema borghese aveva bisogno di una religione per affermarsi socialmente, questa non poteva essere che il protestantesimo e che questo, affermandosi, ha indubbiamente favorito il capitalismo. Cioè da un lato il protestantesimo è stata la religione che meglio si è adeguata all'agire borghese (Marx nel Capitale parla di "corrispondenza", "conformazione", salvaguardando il primato, in ultima istanza, dei rapporti sociali produttivi); dall'altro il protestantesimo, con la propria ideologia, ha permesso al capitalismo di svilupparsi in maniera molto più spedita, senza le riserve feudali della chiesa romana. Come già detto, la soluzione dell'individualismo religioso era diventata, col tempo, così insostenibile (impraticabile) per il credente protestante, che ad un certo punto si avvertì la necessità di delegare ampi poteri allo Stato. Nelle società borghesi di religione protestante, la coscienza laica (quella che separa le opere dalla fede) ha permesso di affidare allo Stato poteri incomparabilmente maggiori rispetto a quelli della Chiesa cattolica. La nascita delle monarchie nazionali e dell'imperialismo di queste monarchie può essere letto come il tentativo di far sopravvivere il protestantesimo con l'appoggio dello Stato. Le uniche due eccezioni, in tal senso, sono rappresentate da Spagna e Portogallo che optarono per l'imperialismo soltanto per non soccombere all'avanzare dei paesi protestanti e che in questo tentativo, non avendo maturato una mentalità protestante (l'unica veramente adatta per il profitto capitalistico), fallirono miseramente. Come fallì l'Italia sotto il fascismo. In Italia il protestantesimo non si è sviluppato come in Germania, Inghilterra, Svizzera, Paesi Scandinavi, Stati Uniti..., semplicemente perché la borghesia, essendo divisa in tanti principati e signorie, cercò subito (nel XVI secolo) un compromesso con la chiesa cattolica. Da noi la borghesia era ricca e divisa, e anche se sostanzialmente agnostica o deistica, in materia di religione, i suoi interessi erano meno radicali che nel resto d'Europa. Ecco perché la nostra borghesia è stata protestante nella prassi e cattolica nell'ideologia, seppur senza convinzione. Ecco perché allo Stato borghese si è sempre contrapposta in Italia una forte chiesa cattolica. La caverna scolpita di Dénezé-sous-Doué A sud della Loira, nei pressi di Saumur, in una regione in cui l'estrazione intensiva del tufo e del falun (sabbia conchiglifera) ha prodotto innumerevoli cavità, moltissime delle quali sono state trasformate in abitati trogloditici di pianura, esiste un villaggio chiamato Dénezé-sous-Doué. Il sito venne scoperto per la prima volta nel 1663 dall'abate di Dénezé, che però fece murare l'ingresso giudicando "eretiche" quelle sculture. Nel 1740 un altro curato, scavando delle buche nel terreno per piantare alberi da frutta, ruppe la volta della caverna e scoprì delle "teste scolpite d'aspetto antico". Il decano di Doué ne asportò alcune facendo nuovamente chiudere questo tempio giudicato "pagano", e spedì una lettera al vescovo di Angers informandolo dell'accaduto. Più di un secolo dopo, l'archivista di Angers, Celestin Port, ritrovò quella lettera e si recò sul posto per verificare di persona. La caverna gli apparve strana ma non più di tanto e fissò una data approssimativa delle sculture al XVIII secolo. Nel 1956 J. e C. Fraysse, orientati dagli scritti di Port, si recarono in quei posti e scattarono alcune foto, che poi vennero pubblicate nel 1964 in un libro sui trogloditi dell'Anjou (si ricordi che con questo termine i francesi intendono chiunque viva o abbia vissuto in grotte o caverne). L'anno dopo alcuni specialisti erano già sul posto per controllare la natura e l'autenticità del reperto artistico. Nel 1968 l'abate P. Nollent intervenne presso il Ministero dei beni culturali al fine d'assicurare la tutela del sito, e l'anno dopo la caverna fu inclusa nell'inventario dei monumenti storici della Francia. Dal '74 al '76 avviene il primo restauro della grotta grazie all'intervento di una compagnia specializzata e con l'aiuto di numerosi volontari di Dénezé. Centinaia di personaggi scolpiti vengono alla luce, migliaia di frammenti sono raccolti. Un'apposita intelaiatura sostituisce la volta sfondata. Nel 1977 il sito viene aperto al pubblico. Dal '78 ad oggi tutti gli sforzi sono stati indirizzati alla salvaguardia di questo prezioso gioiello, che rischia di essere rovinato da vari processi di degrado (ad es. la luce del giorno favorisce la proliferazione di muschio, alghe, ecc.; gli scoli dell'acqua dei terreni limitrofi hanno fatto registrare la presenza nella grotta di nitrati organici d'origine animale). In assenza di testi scritti e di tradizione orale, la datazione di quest'opera, unica nel suo genere, ha sollevato numerose polemiche. Dopo laboriose ricerche sembra che si possa farla risalire alla seconda metà del XVI sec.: lo indicano dettagli significativi come i vestiti, le acconciature dei capelli e gli strumenti musicali: una mandòla, l'antenata del mandolino, attesta p. es. l'influenza del Rinascimento italiano in Francia; un curioso décolleté che mostra i seni nudi (detto "alla veneziana") apparve alla corte di Carlo IX sin dal 1561; il colletto plissettato, la cui moda si diffuse in Francia al ritorno di Francesco I dalle guerre in Italia; le mutande femminili, ricalcate sul modello dei calzoni maschili e dotate di bretelle (invenzione rivoluzionaria d'origine veneziana), introdotte in Francia da Caterina dei Medici; il nastrino di velluto nero della vedovanza, pendente sulla fronte: una moda introdotta dalla stessa Caterina dopo la morte del marito Enrico Il (avvenuta nel 1559) per distinguersi dalla sua rivale Diana di Poitiers, precettrice e in seguito amante del defunto re, che portava con troppa ostentazione il lutto. Vi sono molti altri indizi che aiutano a datare il complesso scultoreo. Fra i più interessanti è la presenza di due indios, con tanto di copricapi piumati. Uno è nudo, seduto con le braccia incrociate; l'altro presenta un volto con zigomi sporgenti, naso adunco e occhi socchiusi. Il primo indio conosciuto in Anjou fu Essoméric, portato dal Brasile nel 1505; nel 1521 egli aveva sposato una angioina in seconde nozze. Verso la metà del XVI secolo altri indios furono introdotti in Francia. Il pannello scolpito, meglio conservato, evoca una sorta di "pietà" michelangiolesca. Al centro vi è una croce cristiana brandita come un'ascia e in parte infatti lo è; a sinistra un gruppo di quattro figure: una donna, un vecchio e un bambino seduto che tengono sulle loro ginocchia una persona stesa, a mo' di deposizione dalla croce. Alcuni particolari tuttavia sconcertano: il giacente non è morto, poiché tiene il braccio della donna; questa, pur portando ornamenti da lutto, è nuda fino alle cosce. Un documento della Biblioteca Nazionale ha permesso agli studiosi di scoprire il senso caricaturale di questa scena: il testo è un pamphlet intitolato "Il risveglio dei francesi e dei loro vicini". Esso riporta un avvenimento verificatosi nel 1560 durante il breve regno di Francesco Il (1559-1560). Dopo la cospirazione d'Amboise ordita dai protestanti e sventata dai Guisa, la repressione fu severa. Chi si trovò in qualche modo coinvolto fu impiccato o decapitato. Il papa Pio IV, soddisfatto di questo esempio dato dalla Francia, inviò a sua nipote, Caterina dei Medici, un'opera di Michelangelo a titolo di ringraziamento. Si trattava in realtà di una riproduzione disegnata della famosa Pietà della cattedrale di Firenze, gruppo scolpito nel marmo e comprendente Giuseppe d'Arimatea, la Vergine e S. Giovanni bambino, che tiene il corpo di Cristo prima che lo si deponga nella tomba. Il religioso che doveva portare questa tela a Blois cadde vittima della peste e la Pietà passò fra le mani d'un mercante protestante che giurò sulla Bibbia di consegnarla personalmente a Caterina dei Medici. Il che in effetti avvenne, ma solo dopo che i suoi correligionari avevano modificato il disegno originale. A Blois, in occasione d'un sontuoso pranzo, la tela venne srotolata e mostrata agli invitati, i quali rimasero allibiti. La Vergine era nuda e somigliava molto alla stessa Caterina; al posto di Giuseppe d'Arimatea si riconosceva il cardinale di Guisa, e la giovane regina Maria Stuart (sposa di Francesco Il e nipote dei Guisa) figurava in luogo dell'apostolo Giovanni. Sulle loro ginocchia il Cristo era diventato Francesco II, il giovane re moribondo, e nell'angolo del disegno la croce s'era trasformata in una scure. La caricatura politica era osée ma chiara: dietro un re malconcio i cattolici governavano la Francia con la scure e non con la croce. I Guisa, privi di umorismo, non apprezzarono la satira e fecero immediatamente distruggere la tela. Ma il pamphlet anonimo evidentemente non fu dimenticato. Difficile però dire in che modo i tagliatori di pietra di Dénezé ne vennero a conoscenza: forse attraverso la mediazione del loro maestro, un certo Pierre d'Angers, che aveva soggiornato alla corte di Blois. Il pamphlet era firmato con uno pseudonimo rivelatore: Eusebio Filadelfia Cosmopolita, libertario. E libertari, generalmente, i tagliatori di pietra di Dénezé lo erano. Anzi, stando ad alcune scene erotiche, erano anche "libertini". Nel 1568 il villaggio di Dénezé, situato nei pressi della chiesa e popolato prevalentemente da artigiani, tessitori e tagliatori di pietra, era stato distrutto da mercenari dell'esercito protestante: solo la chiesa s'era salvata. I trogloditi della cave di Dénezé erano forse organizzati in una comunità comprendente cattolici, protestanti e alcuni ebrei, esente da forme di proselitismo. I tagliatori di pietra costituivano un'associazione libertaria (al di sopra delle religioni e delle razze), ma nel 1539 i divieti di Viller-Cotterets che abolivano le corporazioni di mestiere li obbligarono a entrare nella clandestinità. Non potendo riunirsi ufficialmente, essi lo fecero sottoterra, esprimendo il loro talento sulle pareti della caverna. Questo esempio unico d'arte popolare contestatrice e clandestina ha potuto sopravvivere per molto tempo solo in virtù dell'appoggio più o meno esplicito del villaggio intero. Il curato dell'epoca, Nicolas de la Planche, concesse ai tagliatori di pietra una cappella in cui il culto cattolico e quello protestante venivano celebrati a turno: un sorprendente esempio di ecumenismo in piena guerra di religione. Le ricerche degli studiosi ancora oggi proseguono al fine di individuare le radici profonde dell'ideologia di questa confraternita marginale, che sembra aver poco in comune con le tradizionali associazioni massoniche e corporative. SALEM E LA CACCIA ALLE STREGHE: La stregoneria non è una credenza le cui origini si perdono nel tempo, e neppure una superstizione. E' piuttosto una rappresentazione del mondo e delle forze invisibili che lo animano. Il sabba, i grandi processi dell'Inquisizione e i roghi, le cui immagini ci colpiscono ancor oggi, hanno una storia che ha un inizio e una fine. A partire dal Medioevo, infatti, la Chiesa si preoccupò di ricondurre all'ortodossia gli eretici, esaminando e stroncando, con l'istituzione del tribunale dell'Inquisizione, tutti i fenomeni di devianza dottrinale. Ufficialmente la "grande caccia alle streghe" venne bandita da Innocenzo VIII, il 5 dicembre 1484, con la bolla Summis desiderantes affectibus in cui si pronuncia sul fenomeno: "Abbiamo ultimamente saputo, con afflizione, che in molte località, città, territori, regioni e diocesi della Germania . parecchie persone, uomini e donne, incuranti della propria salvezza e sviati dalla vera Fede, si danno ai diavoli incubi e succubi. Mediante formule, incantesimi, scongiuri o altro abominevole sortilegio criminale operano affinché le donne abortiscano e siano isteriliti, soppressi e distrutti i feti degli animali, i prodotti della terra, l'uva delle viti, i frutti degli alberi". Della caccia furono protagonisti i frati domenicani Jakob Sprenger ed Heinrich Institoris, gli autori del trattato Malleus maleficarum (Il martello delle streghe), il testo ecclesiastico ufficiale della persecuzione contro le streghe. I roghi si accesero in tutta Europa. Fu come l'inizio di una persecuzione che si trascinò per molto tempo e travolse soprattutto donne accusate di aver rinnegato la fede cristiana per il demonio, compiendo, in suo nome, terribili malefici contro il genere umano. Ma chi erano le streghe e perché erano soprattutto donne? Alla questione rispondono gli autori del Martello quando affermano che le donne "sono difettose di tutte le forze, tanto dell'anima quanto del corpo; [.] sembrano appartenere a una specie diversa da quella degli uomini . e in effetti come conseguenza del loro primo difetto, quello dell'intelligenza, sono più portate a rinnegare la fede; come conseguenza del secondo, e cioè delle loro inclinazioni e passioni smodate, studiano, escogitano varie vendette, sia attraverso stregonerie sia in qualunque altro modo. Non c'è quindi da stupirsi se in questo sesso c'è tanta abbondanza di streghe". I due inquisitori spiegano meglio, rifacendosi anche a citazioni classiche: "La ragione naturale è che essa è più carnale dell'uomo, come risulta in molte sporcizie carnali. Si può notare che c'è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, cioè una costola del petto ritorta come se fosse contraria all'uomo. Da questo difetto deriva anche il fatto che, in quanto animale imperfetto, la donna inganna sempre. Dice infatti Catone: "Quando piange, una femmina tende insidie con le sue lacrime/ quando piange, una femmina sta pensando al modo per imbrogliare l'uomo". L'ottica antifemminista che vi prevale non è, in realtà, teologicamente nuova, ma la donna è diventata qui l'intermediaria tra l'uomo e il demonio. Siamo alla conclusione di un processo di "demonizzazione" femminile iniziato secoli prima, che ricorre con frequenza nelle satire, nei "fabliaux" medievali, nella trattatistica ascetica, mentre contemporaneamente in molti trattati del XV e XVI secolo si discute sul suo ruolo nella vita coniugale. Il male sta nel nome stesso della donna: "Femina dicitur a fe et minus, quia semper minorem habet et servat fidem", sostengono gli inquisitori e perciò maggiormente soggetta alle seduzioni del demonio. La donna fa paura: i medici non conoscono quasi nulla della fisiologia del corpo femminile e i teologi, lo abbiamo visto, la considerano un essere incostante che bisogna sorvegliare. Dal punto di vista giuridico, infine, essa è sotto la tutela del padre, prima, e del marito, poi. Solo con la vedovanza acquista una relativa autonomia, ma il suo riconoscimento sociale è messo in discussione forte ed è forte il rischio della marginalizzazione. Il problema della stregoneria si intreccia dunque con quello del ruolo della donna nella società cristiana. In effetti, quelle che vengono colpite dalle accuse di stregoneria sono in genere donne sole o vedove che hanno acquisito una relativa autonomia, oppure anziane, che conoscono le proprietà curative delle erbe medicinali (le "medichesse") o, ancora, levatrici, che assistono nei parti difficili o aiutano ad interrompere gravidanze indesiderate. Si tratta di figure che occupano una posizione sociale al limite dell'irregolarità, in una società in cui la donna vede riconosciuta e giustificata la sua esistenza solo all'interno di una famiglia. Appartiene a questa categoria femminile anche Benvenuta Pincinella di Nave, la cui vicenda è esemplare per la ricostruzione degli atteggiamenti mentali dei contemporanei sulle streghe. Benvenuta ha sessant'anni, quando denunciata per stregoneria, viene condotta davanti all'inquisitore di Brescia per sottoporsi all'interrogatorio. La donna ha già subito in precedenza un altro processo, concluso con un'ammenda e con l'obbligo di indossare un abito da penitente davanti alla chiesa di Nave, paesino della Valcamonica, e di non esercitare la sua "arte medica". Questa volta però -siamo nel 1518- le accuse sono circostanziate e aggravano ulteriormente la posizione dell'imputata, la quale non solo non ha smesso di praticare i suoi rimedi, ma ha addirittura guarito la figlia di un nobile della città. Seguendo le procedure del Malleus, vengono registrate dal notaio le testimonianze, rigorosamente anonime e il processo segue la prassi usuale: la donna viene rasata nel corpo alla ricerca del bollo, l'infamante marchio diabolico, (poteva essere semplicemente un neo o una particolare macchia della pelle che si dimostrasse insensibile al dolore), si utilizza poi la tortura come mezzo di confessione rapida dei malefici, segue, infine, l'interrogatorio. Le deposizioni pervenute di questo processo ci restituiscono i dati biografici e la personalità dell'imputata, altrimenti scarni. Sono sequenze in cui la realtà e la fantasia si fondono, lasciando emergere un complesso sistema di credenze e di superstizioni arcaiche pagane, connotate religiosamente e sopravvissute fino al XVI secolo. Dopo l'ennesima tortura, Benvenuta confessa, esausta: ha partecipato al sabba, ha reso omaggio al demonio, ha avuti rapporti sessuali con un demonio, Giuliano, che dice di aver portato con sé nella propria gamba per tredici anni, ha operato malefici contro persone e animali. C'è però, nella sua confessione, una consapevolezza, quasi orgogliosa, delle sue particolari conoscenze, tanto da essere richiesta perfino dal podestà di Brescia. Ella conosce le proprietà medicinali delle erbe che sa attivare grazie a formule magico-rituali, tramandate da una cultura orale, tipica di una mentalità animistica e antiscientifica, soprattutto nell'uso di simboli religiosi o di formule guaritorie: "Dio ve salvi, madonna ruta, da parte che Jesu Cristo e san Zulian, vi prego de quella gratia che v'ho domandato". E' un sapere tramandato oralmente che a differenza della cultura medica dotta, quella scritta delle "auctoritates", concepisce il mondo naturale dotato di personalità e volontà propria, e che per questo bisogna invocare per ricevere aiuto. La macchina giudiziaria ha ormai elementi sufficienti per emettere la sentenza: "Iudichemo essere veramente rescada ne la eretica pravità, benché al presente sei pentida [.] del iudicio nostro ecclesiastico ti getemo et lassemo, overo noi te demo al brazo et iudicio secolar". La sentenza è la morte capitale. Bisognerà attendere due secoli prima che una revisione profonda degli atteggiamenti mentali releghi la stregoneria al novero delle malattie mentali. Nel 1749 l'opera dell'abate Girolamo Tartarotti, Il congresso notturno delle lamie, chiude questa caccia alle streghe, indagando il fenomeno con mezzi "scientifici". Quanto alla misoginia che ancora vi trapela , occorrerà altro tempo perché il processo possa concludersi. L'etimologia della parola "strega" è ancora dubbia. In linea di principio dovrebbe discendere dal latino strix (plurale: striges), che indicava una donna fattucchiera, capace di trasformarsi in uccello rapace notturno, simile al barbagianni, in grado quindi di volare nell'aria. A sua volta il termine strix sarebbe derivato, secondo l'inquisitore domenicano Bernardo da Como, dal fiume infernale Stige. Altri termini per indicare le streghe erano: lamie (da Lamia, mitica amante di Giove, capace di trasformarsi a piacere), masche (in Piemonte e Val Padana), baggiure (in Liguria), sagae (dal verbo latino sagire, cioè sapere). Le streghe più antiche che conosciamo sono quelle della letteratura greca. Ecate p.es. era la dea della stregoneria e regina delle tenebre: le sue serve più devote erano le streghe della Tessaglia (Grecia settentrionale), capaci, secondo la tradizione mitologica, di trasformarsi in uccelli e altri animali, di utilizzare i poteri delle erbe e cibarsi di altri esseri umani. Anche la Diana dei romani (corrispondente all'Artemide dei greci e all'Erodiade dei giudei) veniva spesso considerata una strega, anche se meno maligna. Secondo documenti della chiesa, risalenti al IX sec., Diana comandava "i cavalieri della notte". A lei ispirata era la dea germanica Holda, che cavalcava i venti con le anime dei morti: era di aspetto bello e maestoso, ma quando era adirata si manifestava come una megera dal naso adunco. L'ossessione vera e propria della stregoneria nasce solo nel III e IV secolo dopo Cristo, che coincisero con l'affermazione statale del Cristianesimo nell'impero romano, quando la chiesa cominciò a considerare manifestazione diabolica tutti i riti del paganesimo. Le persecuzioni si concentravano soprattutto nelle campagne, in quanto i contadini restavano fedeli ai culti remoti della fertilità, della terra, delle stagioni. Lo stesso termine "strega", comparso per la prima volta nel 589 d. C., si riferiva alle contadine. In una lettera dell'arcivescovo Incmaro di Reims, dell'860, si sostiene per la prima volta l'idea che le donne cosiddette "lascive" se si accorgono che il loro amante vuol contrarre un matrimonio regolare, uccidono con arti magiche il suo desiderio, cosicché egli non possa avere alcun rapporto con sua moglie. L'idea dell'impotenza come frutto di magia trovò ampi consensi presso i teologi medievali (Burcardo di Worms, Ivo di Chartres, Graziano, Pietro Lombardo, Alberto Magno, Bonaventura, Tommaso d'Aquino). A partire dall'inizio del XIII sec. sono innumerevoli i sinodi che si pronunciano contro le streghe che impediscono ai coniugi di praticare il rapporto coniugale. Era il periodo in cui la chiesa si preoccupava di ricondurre all'ortodossia i movimenti ereticali, esaminando e stroncando, con l'istituzione del Tribunale dell'Inquisizione, tutti i fenomeni di devianza dottrinale. La cosiddetta "caccia alle streghe" non può essere compresa al di fuori di queste premesse storiche. Probabilmente la prima strega portata al rogo fu a Tolosa nel 1275. Tuttavia, fino a tutto il XV sec. mai una vera e propria "caccia alle streghe" fu organizzata metodicamente sul piano istituzionale. E' piuttosto nell'epoca del Rinascimento, della Riforma e Controriforma, delle rivoluzioni filosofiche (Cartesio) e scientifiche (Galilei) che si organizzano persecuzioni su larga scala. Il punto di partenza, sul piano giuridico, è la bolla di papa Innocenzo VIII (1484), Summis desiderantes affectibus, che autorizza a procedere formalmente contro la stregoneria, tramite procedure giudiziarie, funzionari inquisitoriali, processi. Gli era stato infatti riferito che nelle diocesi di Magonza, Colonia, Treviri e Salisburgo moltissimi uomini e donne praticavano la stregoneria che "impediva agli uomini di generare, alle donne di concepire e rendeva impossibile l'atto coniugale". La contraccezione e l'aborto vengono considerati come omicidio e i colpevoli meritevoli di morte. Due anni dopo esce il trattato per gli inquisitori, Malleus maleficarum (Martello delle streghe), scritto da due inquisitori domenicani tedeschi, Heinrich Institoris e Jakob Sprenger, e approvato dai teologi di Colonia nel 1487. Dal 1486 al 1669 si fecero 39 edizioni del Malleus, per un totale di 50.000 copie, un vero best seller per quell'epoca. Il manuale, per chi causava con la stregoneria impotenza e sterilità, chiedeva di applicare la pena di morte. Altre opere importanti sono quelle di Bernardo da Como (morto nel 1510, responsabile nel solo anno 1485 di 41 roghi di streghe), De strigiis e Lucerna inquisitorum; Formicarius di Johann Nider, un trattato demonologico del 1437; il Compendium maleficarum di Francesco M. Guazzo (morto nel 1640) e infine il De strigibus di Bartolomeo Spina (1474-1546), inquisitore di Modena. I roghi si accesero presto in tutta Europa. Le donne (il cui termine latino foemina derivava secondo il Malleus da fe -fede- e minus -minore-) venivano sospettate proprio in virtù del loro sesso. Le accuse erano vastissime: dal predire il futuro a preparare filtri d'amore o il malocchio. Grillot de Givry scrisse nel suo Musée de sorciers che le streghe "volano in aria cavalcando scope e caproni, uccidono i bambini per cibarsene, guariscono le malattie senza conoscere la medicina, si tramutano in animali, prendono le sembianze dei defunti, rinnegano la religione e si affidano a Satana, accoppiandosi a lui nei Sabba". La questione del volo notturno verso il Sabba fu dibattuta da teologi e demonologi per quasi dieci secoli. Inquisitori come Bernardo da Como o Silvestro Prierias erano convinti che si potesse affermare l'essenza diabolica di una donna solo dimostrando che volava di notte. A nulla valsero le opinioni di dotti rinascimentali, come Andrea Alciato o il giurista piacentino Ponzinibio, secondo cui il volo era in realtà un effetto sulla psiche prodotto da sostanze allucinogene. L'ottica antifemminista che prevale in questi intellettuali non è, in realtà, teologicamente nuova: di nuovo c'è ora il fatto che la donna viene considerata come una sorta di intermediaria tra l'uomo e il demonio. Siamo alla conclusione di un processo di "demonizzazione femminile" iniziato secoli prima, che ricorre con frequenza nelle satire, nei fabliaux medievali, nella trattatistica ascetica. Uno dei primi ad avere un interesse scientifico per le sostanze psicoattive usate dalle streghe fu il medico spagnolo Andreas Laguna nel '500. Fu lui che si accorse di quali incredibili conoscenze naturalistiche avessero le donne e dell'uso che facevano di erbe che potevano indurre eccitazione psichica accompagnata da allucinazioni (anche la pelle di rospo e la coda di lucertola contengono agenti allucinogeni). Questo, per le donne, era anche un modo di emanciparsi dal ruolo di marginalità e sudditanza in cui erano sempre state tenute. La caccia alle streghe fu un fenomeno europeo ma soprattutto in Germania (Friburgo, Bamberga...) fu particolarmente virulento. Intorno al 1590, p.es., i cattolici tedeschi bruciarono tutte le donne di due villaggi alla periferia di Treviri, nella regione del Palatinato. A Colonia, tra il 1627 e il 1630, le levatrici della città furono quasi tutte eliminate. Erano accusate di uccidere i bambini non battezzati, di praticare aborti e contraccezione. Ma venivano mandate sul rogo anche le donne che si dedicavano alla guarigione dei malati, minacciando, con la loro conoscenza delle erbe, i poteri dei sacerdoti esorcisti. Molto sospette erano anche le vedove (che a causa delle tante guerre erano aumentate in maniera spropositata), le nubili, le cuoche, le levatrici e non venivano risparmiati neppure personaggi del mondo ecclesiale, come suore, badesse, preti e persino qualche vescovo. Il primo tedesco che si oppose alla credenza delle streghe fu il medico calvinista Johann Weyer, morto nel 1588, ma la sua opera fu posta all'Indice dei libri proibiti e lui stesso rischiò di finire sul rogo. Oltre alla Germania (renana soprattutto) altre zone europee molto toccate dal fenomeno furono la Stiria e il Tirolo austriaco, la Scozia calvinista, e più in generale l'Inghilterra dell'Essex (la vittima più illustre degli inglesi fu Giovanna d'Arco nel 1431), le Fiandre, la Polonia, la Svizzera, la Svezia, la Danimarca, la Norvegia, la Spagna, la Francia del sud (specie la zona dei Pirenei). In Italia si registrano persecuzioni di massa in Valcamonica, in Valtellina, nell'area del Tonale, presso i territori di Brescia e Bergamo. Nel Canton Ticino il vescovo di Milano, Carlo Borromeo, tra il 1565 e il 1583, presenziò a processi ed esecuzioni di centinaia di fattucchiere. L'inquisizione italiana, nella sola Lombardia, nei primi 30 anni del XV sec., avrebbe mietuto non meno di 25.000 vittime. Nel 1575 nel solo regno di Francia operavano più di 100.000 tra streghe, stregoni, fattucchiere e maliarde. Ebbene, in questo periodo, nel solo distretto di Saint Claude, il magistrato Boguet fece bruciare oltre 1500 streghe, mentre in Lorena un altro procuratore generale, Nicole Remy, riuscì a far condannare a morte 800 persone in cinque anni. Tra gli inizi del XIII sec. fino al XVII si calcola che siano state inquisite, incarcerate, torturate non meno di nove milioni di persone, di cui 1/4 o addirittura 1/3 finì sul rogo. Solo nell'anno 1486 l'inquisitore spagnolo Tomas de Torquemada ne fece ardere 6.687 unicamente nella città di Toledo. A lui si attribuiscono almeno 10.000 vittime l'anno per un quindicennio. Le persecuzioni si attenuarono temporaneamente nel decennio 1530-40, allorché sembrava ventilarsi la ricomposizione tra cattolici e protestanti, ma ripresero con più accanito vigore nella seconda metà del '500 e soprattutto durante la Guerra dei Trent'anni (1618-1648). Non erano soltanto i cattolici a praticare la caccia alle streghe, ma anche i protestanti. Il giudice Benedikt Carpow, inquisitore di Wittenberg, si vantò di averne mandate a morte almeno 20.000 tra il 1566 e il 1596. I protestanti mandarono sul rogo nel 1589 a Quedlinburg ben 133 streghe e altre 300 a Ellwaangen. Solo verso la fine del 1600, quando ci si rese conto che la divisione del mondo cristiano era un fatto acquisito, le persecuzioni di massa cessarono. A dir il vero già nel corso di tutto il Seicento molti scienziati, filosofi e teologi avevano messo in dubbio l'operato delle streghe. Il dubbio cartesiano, lo sperimentalismo scientifico di Keplero, Galilei, Newton... mal si adattavano a credere agli spiriti o alle forze soprannaturali. E così, in Francia non si accettano denunce contro i maghi già a partire dal 1682. In Gran Bretagna le leggi contro la stregoneria vengono abrogate nel 1736. Nel 1749 l'opera dell'abate Girolamo Tartarotti, "Il congresso notturno delle lamie", chiude la caccia alle streghe, indagando il fenomeno con mezzi scientifici. Forse l'ultima grande persecuzione storica può essere considerata quella di Salem nella Nuova Inghilterra, nel 1692. (Per conoscere la storia di Salem clicca qui.) Episodi sporadici si sono tuttavia verificati anche ai giorni nostri: nel 1976, in un villaggio tedesco, Elizabeth Hahn, un'anziana donna accusata di tenere con sé, sotto forma di cani, alcuni diavoli, è stata bruciata viva; l'anno seguente qualcosa di analogo è accaduto ad Alençon in Francia; nel 1981 una folla ha ucciso in Messico a colpi di pietra una donna accusata di aver provocato, con un maleficio, l'attentato a papa Wojtyla. Alla fine del 1998 i vertici della chiesa cattolica hanno iniziato a prendere in esame, sul piano storiografico, le responsabilità dell'Inquisizione nei secoli passati. Alcune date di riferimento: 1233. Prima ordinanza papale che si occupa direttamente della stregoneria. È una bolla di papa Gregorio IX diretta a Corrado di Marburgo, che ordina di procedere contro i Luciferini. 1258. Bolla di papa Alessandro IV indirizzata agli inquisitori francescani, che li invita ad astenersi dal giudicare qualsiasi caso di stregoneria, a meno che non vi siano forti ragioni per supporre che ne possano derivare pratiche eretiche. 1431. Giovanna d'Arco arsa viva a Rouen. 1484. Bolla di Innocezo VIII che dà agli inquisitori Sprenger e Kramer, autori del Malleus Maleficarum, i diritti a procedere alla correzione, all'imprigionamento, alla punizione di chiunque fosse indicato compiere attività di stregoneria. 1486. Massimiliano I, imperatore di Germania, offre il suo appoggio a Sprenger e Kramer. 1515-1588. Weyer Johan, nato in Brabante, medico tedesco, credeva che la maggior parte delle streghe fossero vecchie donne con disturbi mentali di tipo depressivo, ma incapaci di recare danno. Egli riteneva che la credenza nella stregoneria fosse invece causata dal demonio. Nel 1563 scrisse De Praestigiis Daemonum. Fu scacciato dall'Olanda dal governatore cattolico, Duca d'Alba. 1529-1596 (o 1530-1590). Bodin Jean, giudice francese, afferma che coloro che negavano l'esistenza di streghe e stregoni lo erano essi stessi. 1584. Pubblicazione di The Discoverie of Witchcraft, di Reginald Scot, in cui si ipotizza che forse le streghe non esistano. 1608. Pubblicazione del Compendium Maleficarum, di Francesco Maria Guazzo. 1628. Il 24 luglio Johannes Junius scrive una Lettera a sua figlia prima dell'esecuzione per stregoneria. 1611. Il processo basco: l'inquisitore spagnolo voleva come usanza far ardere sul rogo le streghe come eretiche, ma un inquisitore di nome Antonio Salazar de Frias, dopo lunghe ricerche sulle storie di stregoneria, decise che uomini e donne erano stati accusati in seguito a una isteria collettiva e che le "streghe" non erano pericolose, ma anzi avevano bisogno di aiuto, non certo di una condanna. 1645-1692. Il processo alle streghe nel New England. 1692. Il processo di Salem: molte condanne a morte tra luglio e settembre (ci fu anche l'esecuzione di un cane!). 1782. Ultima strega arsa viva in Europa, Anna Goeldi, a Glaris, in Svizzera. 1920. Giovanna d'Arco proclamata santa. RIFORMISMO RELIGIOSO FEMMINILE: Il riformismo religioso femminile nel XVI e XVII secolo. Pochi personaggi femminili hanno avuto un ruolo importante nella storia, e ciò è tanto più vero se parliamo del XVI secolo e della riforma religiosa che investì l'Europa dell'epoca. Purtroppo, infatti, le donne sono state per lungo tempo lasciate ai margini della società, senza che fosse data loro la possibilità di agire liberamente e di dare un contributo concreto e valido al progredire dell'umanità. Il mondo religioso in particolare, almeno nell'aspetto specifico delle riforme, è stato un settore riservato esclusivamente al mondo maschile; basti pensare che gli innovatori della Riforma furono, da Lutero a Calvino (tanto per citare solo i nomi più noti), tutti uomini. Quando si parla di Riforma Protestante, infatti, il primo nome che ci viene in mente è quello di Martin Lutero per la Germania, di Calvino per la Svizzera, di Enrico VIII per l'Inghilterra e così via. Questo è infatti, almeno per la mia esperienza scolastica ed accademica, quello che normalmente viene insegnato. Tuttavia questa è solo una visione parziale della verità, in quanto studiando autonomamente mi sono accorta dell'esistenza di un universo femminile del tutto sconosciuto alla gente, tranne forse che a qualche storico. E non parlo solo di personaggi famosi come Elisabetta I d'Inghilterra o Caterina da Genova, ma anche di una serie di figure minori, di donne comuni che, sfidando le consuetudini dell'epoca in cui vissero, decisero di seguire un percorso nuovo ed innovativo. Quindi scopo del mio lavoro è di mostrare che ci furono donne che seppero dare un contributo notevole anche in questo campo, donne che meriterebbero di essere ricordate e studiate nei libri di scuola. E così obiettivo finale della ricerca è pertanto quello di far conoscere realtà femminili fino ad oggi pressoché ignote alla maggioranza, ovvero quello di fornire uno strumento didattico a chi si accosti allo studio della Riforma religiosa e voglia approfondire l'argomento. Spero che il mio impegno possa essere utile nel raggiungere il fine che mi sono proposta. In particolare a me interessava mettere in luce un aspetto, cioè il fatto di mostrare come queste donne seppero trovare il coraggio per rompere gli schemi della società. All'epoca infatti, per le donne che volevano o dovevano intraprendere la vita religiosa, l'unica possibilità era quella di farsi monache di clausura: non esisteva, non era contemplata una vita religiosa al di fuori del chiostro. In altre parole non esistevano le suore come oggi noi le intendiamo, ma solo le monache di clausura. Per queste donne, dunque, l'unica spiritualità era quella interiore, la preghiera all'interno delle mura del convento e non era immaginabile che uscissero fuori per predicare o fare opere di carità, per soccorrere i bisognosi: al massimo potevano svolgere un'attività di educazione delle ragazze di buona famiglia. Eppure vi furono personaggi che tentarono di cambiare questo stato di cose. Tale è il caso di Mary Ward. La donna nacque il 23/01/1585 nello Yorkshire, dunque nell'Inghilterra riformata di Elisabetta I, dove sostenere il cattolicesimo poteva essere cosa molto pericolosa. Ella crebbe comunque in un ambiente eminentemente cattolico, in quanto il padre viveva la sua fede con costanza e coraggio ed educava in essa i suoi figli. Grazie all'educazione ricevuta, fin da piccola Mary mostrò una forte propensione verso la spiritualità in generale, ed intorno ai 10 anni maturò l'idea di farsi suora. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 La sua vocazione, che deve però essere interpretata come desiderio di seguire una vita religiosa senza alcun riferimento ad un Ordine in particolare, doveva incontrare moltissime difficoltà perché il governo anglicano non solo non permetteva più a nessuno di professarsi ancora cattolico, ma cercava anche di impedire in ogni modo che i giovani lasciassero il Paese, affinché non venissero educati cattolicamente sul continente. Mary era però determinata nel suo intento, così nella primavera del 1606, all'età di 21 anni, arrivò a St. Omer, nei Paesi Bassi spagnoli, zona dove il gesuita Robert Parson aveva fondato il famoso "Seminario inglese", cioè una scuola destinata non solo agli aspiranti al sacerdozio, ma anche a tutti i ragazzi inglesi che volevano intraprendere gli studi superiori. È in questa città che, a partire dal 1610, Mary iniziò il suo tentativo di riforma. Ella acquistò una casa dove avrebbe vissuto con le sue discepole, come religiose, indossando un vestito uniforme ed austero, senza che fosse un abito prettamente religioso. Insieme le donne avrebbero condotto una vita attiva, di aiuto al prossimo, specialmente prodigandosi nell'educazione delle fanciulle, e tutto questo gratuitamente. L'intento specifico di Mary Ward era quello di voler creare un "Ordine" femminile uguale a quello, maschile, dei Gesuiti. Ma questa idea non doveva essere di facile realizzazione. Mary era infatti molto in anticipo per i suoi tempi e quello che lei cercò con tutte le forze di realizzare, anche se fu un successo tra la popolazione, essendo una novità, incontrò censure ed opposizioni da parte della gerarchia cattolica romana. Non deve sorprenderci che questa donna fosse aperta a nuove idee: una delle conseguenze della perdita della gerarchia e del formalismo cattolico nel suo Paese durante la Riforma fu infatti quella di concedere alle persone, donne e uomini, libertà di iniziativa. E la suora aveva un'alta considerazione delle donne e di quello che esse potevano fare per il cattolicesimo. Perciò ella decise di educare le giovani per questo importante scopo, desiderando che le appartenenti al suo "gruppo" facessero nel loro campo quello che gli uomini facevano con la società dei Gesuiti. Il fine dell'Istituto era pertanto quello del bene del prossimo e la principale attività che esso prevedeva era quella dell'insegnamento, della formazione religiosa, etica ed umana di fanciulle e giovani. Ma questo lavoro apostolico non poteva essere realizzato direttamente dalle monache di clausura, in quanto la loro condizione di emarginazione dalla società impediva di mischiarsi tra le persone e di aiutare i bisognosi; perciò le suore, desiderose di essere religiose e di dedicarsi pure alle opere di carità spirituali, conducendo una vita mista di orazione e di azione, domandavano di vivere senza clausura e senza un abito propriamente religioso. Per poter conseguire meglio questo fine, chiedevano di essere esenti da qualsiasi giurisdizione che non fosse quella del Papa. Per quanto riguardava la vita interna dell'Istituto, proponevano che il noviziato durasse due anni e puntualizzavano l'obbedienza come mezzo efficacissimo di umiltà e di disciplina religiosa. S'impegnavano a recitare ogni giorno il breviario romano come i sacerdoti, e mettevano in evidenza la vigilanza che i superiori avrebbero esercitato nei loro confronti per far sì che il voto di castità fosse rispettato. L'Istituto, in sostanza, nella sua ispirazione di fondo, era determinato dal genere di vita della Compagnia di Gesù. Tutto questo costituiva una vera rivoluzione: a nessuno passava per la testa un altro tipo di vita religiosa per le donne che non fosse quella del monastero chiuso. Ed infatti, grazie anche all'influenza dell'allora responsabile del clero inglese a Roma, Thomas Rant, acerrimo nemico dei Gesuiti, alla fine Mary ne uscì sconfitta. Le accuse contro di lei erano piuttosto vaghe, ma furono ritenute efficaci, ed alla suora inglese non fu neanche data la possibilità di difendersi. Il decreto fatale porta la data del 7 luglio 1628. Il 13/01/1631, poi, Papa Urbano VIII firmò la Bolla "Pastoralis Romani Pontificis", con la quale sopprimeva in tutta la Chiesa l'Istituto fondato da Mary Ward. Il 7 febbraio 1631 la fondatrice fu imprigionata con sentenza del S. Uffizio, con l'accusa di essere scismatica ed eretica. Fu liberata dopo 9 settimane. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 E così, miseramente, si concludeva l'avventura di una donna coraggiosa che aveva precorso i tempi. Ma il suo coraggio e la sua volontà non furono un fatto isolato, perché in Italia Suor Angela Merici era riuscita a creare la "Confraternita di Sant'Orsola". Angela Merici nacque a Desenzano, una località del Lago di Garda, in una data imprecisata fra il 1470 ed il 1474. Come era accaduto a Mary Ward, anche l'italiana fin da piccola aveva capito di essere destinata ad una esistenza in unione con Dio e perciò, ancora in tenera età, decise di iniziare un percorso spirituale segnato dalla preghiera e dai lunghi digiuni, per purificare la sua anima. In seguito, ella decise di utilizzare la rendita del podere che possedeva per provvedere ai poveri dei dintorni, per vestire le fanciulle a cui insegnava le preghiere e raccontava la vita dei Santi, per soccorrere le madri di famiglia cariche di bambini. Una corrente di simpatia e di gratitudine, di ammirazione e di rispetto, nasceva così intorno alla vergine di Desenzano, e ben presto la casa di questa donna che aveva scelto di prodigarsi per tutti quelli che avevano bisogno, senza risparmiare né denaro né fatiche, divenne un punto di riferimento per chiunque avesse bisogno di aiuto e conforto: poveri e ricchi, dotti ed ignoranti, tutti ricorrevano ad Angela Merici perché la stimavano profondamente, ritenendo che ella, con le sue straordinarie doti, li avrebbe aiutati ad ottenere il perdono di Dio per tutti peccati commessi. Ma l'opera svolta da Angela Merici andò ben al di là dell'aiuto agli indigenti. Ben presto attorno alla Santa si radunarono 12 ragazze, provenienti sia dall'aristocrazia che dalla borghesia. A queste giovani Angela confidò le sue aspirazioni di rinnovamento e chiese collaborazione per attuare un progetto rivoluzionario, ovvero la creazione di un nuovo Istituto. Per meglio comprendere l'importantissima opera svolta da Angela Merici è necessario, tuttavia, aprire una piccola parentesi su quella che era la situazione italiana dell'epoca. Dopo il 1527 la situazione sociale dell'Italia era, infatti, disastrosa. Chiuso il lungo periodo di guerra, a pace conclusa, tanti e gravi erano i problemi che affliggevano il Paese. In primo luogo la crisi economica, poi quella politica, dato che l'Italia dovette, da allora in poi, subire il pesante predominio spagnolo. La condizione femminile poi era cambiata, in quanto il Rinascimento aveva in parte emancipato le donne: alcune giovani si ribellavano al comando paterno di entrare in convento; altre sventurate, che, volenti o nolenti, erano costrette al sacrificio, trovavano nella rilassatezza del monastero la possibilità di soddisfare le proprie passioni. Angela ebbe coscienza della necessità di dar vita ad una nuova istituzione che ponesse rimedio a questa situazione sociale, desiderando aiutare la donna non sposa né suora. La Santa concepì la sua opera in assoluta originalità, in quanto, si noti, a quel tempo, le nubili non esistevano socialmente parlando. Ella, invece, che aveva conosciuto il dramma delle loro sofferenze e della loro pubblica umiliazione, diede loro una dignità che già possedevano personalmente senza averne coscienza. Nelle nubili, tanto disprezzate come classe sociale, intravide la luminosa realtà di una virtù spiritualmente cristiana: la verginità. Tornando ad una terminologia usatissima nei primi tempi della Chiesa, chiamò "vergini secolari" quelle nubili che essa invitata a raccogliersi insieme per formare una nuova classe sociale, accanto a quelle delle spose e delle monache. Quali erano le piaghe della società che Angela voleva curare? La sensualità, la concezione pagana della vita, la dissoluzione della famiglia, le affermazioni rivoluzionarie del Protestantesimo. Ed ella voleva riuscire nel suo intento tramite questa sua modesta iniziativa locale di riforma cattolica, che s'affiancava a quella generosa corrente di spiritualità che contrapponeva alla disgregazione della società e della famiglia la perenne vitalità del cattolicesimo, attraverso la beneficenza e l'assistenza caritatevole a tutti i bisogni sociali del tempo. Secondo Angela Merici l'avvilimento in cui era caduta la società era in gran parte frutto del basso livello cui era sceso il gentil sesso. Ella propose quindi alle sue figlie spirituali che l'opera loro si rivolgesse proprio alla donna, cioè a quella che, madre, sposa o sorella, era la formatrice più efficace della famiglia. La prima e fondamentale riforma che allora s'imponeva era quella del costume: la nuova generazione femminile doveva essere religiosamente rinnovata in quanto l'educazione spirituale era in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 necessaria alle donne affinché resistessero alle attrattive della seduzione ed ai facili vanti del sedurre altrui. Ecco quindi la parola d'ordine delle discepole della Santa: santificare se stesse per santificare le famiglie e la società, restando nel secolo incredulo e sensuale come elementi di reazione e di conservazione cristiana. Lo scopo era, in sostanza, quello di creare, in mezzo ai pericoli ed alle insidie del mondo, un chiostro ideale di religiose laiche, senza voti, senza abito distintivo, senza prescrizioni fisse, ma desiderose di far rivivere la santità, la purezza, l'operosità benefica delle antiche vergini e vedove dei primitivi tempi cristiani. Angela volle dimostrare con la sua esperienza personale che la donna consacrata poteva e doveva restare, anche fuori dalle mura del monastero, la vergine saggia e prudente che illumina la famiglia, la parrocchia e la città, e questo con uno spirito non egoisticamente chiuso nella propria santificazione personale, ma apertamente proteso verso ogni bisogno ed ogni piaga del prossimo, in un continuo sforzo di sacrificio, di preghiera, di azione. Come si può vedere, l'idea era nuova ed audace, determinata dai bisogni del momento; Angela Merici, comunque, non era isolata. Senza forse averne coscienza, ella era all'avanguardia del movimento riformatore cattolico che preparò il Concilio di Trento, essendo profondamente inserita nella società del suo tempo ed aperta ai bisogni più urgenti e concreti che potessero manifestarsi. Ufficialmente la Compagnia ebbe inizio il 25/11/1535 e nel 1544 Paolo III approvò la nuova fondazione come "Confraternita di Sant'Orsola". Così, in quell'epoca rinascimentale in cui la vita veniva considerata da troppi esclusiva fonte di gioia e di piacere, madre Angela, precorrendo i tempi, gettò il seme di una grande opera di educazione, ed alle sue collaboratrici insegnò una consolante e sempre attuale verità: la vita è serena e benedetta non quando è culto della materia, ricerca continua del benessere, ma quando è considerata impiego di talenti ricevuti a servizio del prossimo. Solo in questo modo l'esistenza terrena diventa preambolo di eternità. Per quanto riguarda la Francia, un'opera molto importante è stata svolta dal monastero cistercense femminile di Port-Royal, fondato nel 1204 in una zona vicino a Parigi da Mathilde de Garlande ed Eudes de Sully, Vescovo di Parigi. Nel 1599, allorché era Badessa Jeanne de Boulehart, entrò nel monastero Jacqueline Marie Angelique Arnauld, una bambina di soli sette anni, discendente da una importante famiglia cattolica e destinata a divenire Badessa con il nome di Madre Angelica e riformatrice di Port-Royal. Angelique era una dei ben 20 figli di Antoine Arnauld (uno dei fondatori del Giansenismo francese). Fin da piccola ella aveva mostrato grande intelligenza, volontà e carattere, doti che però non si univano anche ad una vocazione religiosa. Tuttavia, come spesso accadeva all'epoca, per compiacere la sua famiglia, fu costretta ad entrare in convento. A Port-Royal ella continuò a vivere come aveva fatto in precedenza, senza aderire fedelmente e rigorosamente alle regole del suo ordine ed addirittura senza mostrare alcun fervore religioso; cresciuta in piena libertà, nel lusso e nell'ignoranza, bambina lasciata completamente a se stessa, ella non voleva cedere alle regole della vita monastica e trascorreva i suoi giorni fra passeggiate, letture profane e visite fuori del monastero. Questo comportamento continuò fino a quando Angelique si convertì grazie ad un sermone tenuto da un frate cappuccino in visita nel monastero nel 1608: si racconta che dal 1608 al 1609 la giovane ebbe febbri continue, frammiste a crisi mistiche ed a visioni, e che, malgrado ciò, si sottopose ad una disciplina religiosa sempre più dura e severa, che culminò nell'esperienza della ricezione della Grazia Divina. Improvvisamente ella decise di cambiare tutto il suo stile di vita, di dare un taglio netto al passato e d'introdurre grandi cambiamenti, iniziando prima da se stessa, imponendosi di rispettare con il massimo rigore tutte le regole del suo ordine, ed in particolar modo la clausura, e poi passando alle riforme nel monastero. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 La badessa impose drastiche innovazioni: clausura rigorosa, comunione dei beni, astinenza e silenzio, e grande enfasi in merito alla disciplina interiore dello spirito. Dopo la riforma a Port-Royal, ella decise di riformare anche il convento di Maubuisson, dove gli scandali erano assai frequenti (e dove aveva trascorso cinque anni della sua vita). In tutto questo suo agire Madre Angelique fu molto influenzata dall'opera di S. Francesco di Sales e provò, però senza successo, a lasciare il suo Ordine per unirsi alle suore Visitandine, Ordine appena fondato dal Sales. Non riuscendo nell'intento, la suora tornò quindi a Port-Royal, e gli anni che seguirono (1620 - 1630) furono i migliori nella storia del monastero, anni di regolarità, di preghiera e di vera felicità, anni in cui ci furono molte novizie ed in cui la reputazione del convento andava aumentando sempre più. Inoltre, dal 1636, cioè da quando l'abate di Saint-Cyran ne divenne il direttore spirituale, Port-Royal fu la residenza in cui, non lontano dal monastero, ma in totale eremitaggio, si ritirarono i seguaci di Giansenio, rendendo quel luogo un faro della spiritualità cattolica del XVII secolo. In seguito Angelique fu coinvolta nella protesta contro l'attacco di Innocenzo X al Giansenismo e trascorse i suoi ultimi anni gettandosi direttamente nella lotta ed incoraggiando i sostenitori del movimento. Sempre in Francia, agli inizi del XVII secolo, un ruolo importante fu svolto dal Circolo della mistica Barbe Avrillot, aljas M.me Acarie. Ella era molto conosciuta per le sue virtù, per la sua bontà e carità verso i bisognosi e gli ammalati degli ospedali e la sua abitazione era luogo d'incontro per intellettuali e devoti di Parigi. La casa della nobildonna divenne perciò il principale centro in cui la borghesia e la nobiltà cattoliche si riunivano per condurre una vita di preghiera ed attuare le opportune riforme spirituali. Si studiavano Dionigi l' Aereopagita,il misticismo e Caterina da Genova, una mistica ed asceta italiana che ebbe una notevole influenza nella Francia controriformatrice. M.me Acarie viveva così in ritiro dal mondo esterno, circondata da anime pie, allorquando, verso la fine del 1601, la sua vita fu sconvolta in seguito all'apparizione in Francia di una traduzione della vita di Teresa d'Avila. Barbe Avrillot studiò a fondo le opere della santa spagnola e, addirittura, ci fu una sorta di contatto mistico fra le due donne: Teresa d'Avila apparve infatti per comunicare che Dio voleva servirsi della nobildonna francese. A questa prima apparizione ne fecero seguito delle altre e M.me Acarie si mise all'opera, fondando a Parigi il primo convento delle Carmelitane scalze. La Bolla papale d'istituzione dell'Ordine fu emanata il 23 novembre del 1603, ed in breve tempo si contavano molte case in tutto il regno, tanto che si può affermare che le Carmelitane influenzarono moltissimo la società francese dell'epoca. M.me Acarie ebbe parte anche in altri due Ordini, quello degli Oratory e quello delle Orsoline, congregazione femminile introdotta a Parigi nel 1607, insieme a M.me de Sainte-Beuve, dedita all'educazione delle fanciulle. Studiando il XVI ed il XVII secolo ci si accorge, purtroppo, di quanti personaggi furono condannati a morte per il credo che professavano. Il tribunale dell'Inquisizione fu in questo senso un simbolo fin troppo efficace delle persecuzioni a danno degli eretici. Ma non fu solo il cattolicesimo a mietere vittime: anche il protestantesimo vanta i suoi martiri. L'Inghilterra anglicana, ad esempio, tra i tanti, conobbe il sacrificio di una donna dai nobili natali, Lady Jane Grey, nata nel 1537 da Henry Grey, marchese del Dorset e poi Duca di Suffolk, e da Frances Brandon, una nipote di Enrico VIII (in quanto figlia di Mary Tudor, sorella del re, e di Charles Brandon). La posizione sociale dei Grey era, proprio grazie alla parentela con la famiglia reale, assai elevata e Frances Brandon era terza nella linea di successione al trono inglese. I genitori di Jane erano persone fortemente religiose, ma estremamente formali e severi ed avevano inoltre una smania di grandezza che speravano di soddisfare vedendo la loro figlia maggiore moglie di Edoardo VI e regina d'Inghilterra. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 In effetti questo loro desiderio sembrò realizzarsi allorquando il re, pur non volendo sposare la ragazza, la designò come sua erede al trono. Così accadde che, quando nel 1553 Edoardo VI morì, la famiglia di Jane si prodigò affinché ella venisse incoronata regina, cercando in ogni modo di evitare che la notizia del decesso del re giungesse alle orecchie della sorellastra Mary Tudor, prima figlia di Enrico VIII e quindi legittima erede al trono. In tutto questo Jane fu vittima del volere della sua famiglia, perché personalmente non desiderava affatto divenire regina ed anzi, al contrario, cercò in ogni modo di dissuadere i suoi parenti da questa malsana idea. Ella era terrorizzata dalla prospettiva di regnare su un Paese in cui erano ancora vivi i ricordi dei roghi e delle persecuzioni che avevano caratterizzato il regno di Enrico VIII e, purtroppo per lei, le sue paure non erano affatto immotivate. Il 19 luglio successivo, infatti, tra la felicità popolare, il Consiglio reale dichiarò ufficialmente che Mary Tudor, e non la figlia dei Grey, sarebbe stata incoronata. Jane fu così imprigionata nella Torre di Londra e condannata a morte. I genitori della ragazza, che pure erano gli unici responsabili dell'accaduto, firmarono l'atto e non scrissero mai alla figlia, né tentarono di salvarla. Finiva così la breve vita di una povera martire che, solo perché manipolata dalla sua famiglia, si era ritrovata a concorrere per il trono di uno dei regni più potenti nell'Europa del XVI secolo. Pur avendone in realtà il diritto (perché, comunque, Edoardo VI l'aveva designata come sua erede), ella nulla poté contro il volere del popolo che, stanco delle persecuzioni e delle morti sistematiche ed ingiustificate che Enrico VIII (il sovrano artefice dello scisma da Roma e perciò autore del diffondersi del protestantesimo in Inghilterra) aveva ordinato per eliminare ogni forma di opposizione al suo volere, in quel momento desiderava solo la pace e la stabilità interne, e credeva di trovarle in Mary Tudor. Ma gli inglesi si sbagliavano perché durante il regno di questa regina le persecuzioni sarebbero divenute ancora più aspre. E così un'altra vita fu interrotta a causa del suo credo. Jane Grey ci conduce al capitolo del mio lavoro dedicato alle riforme religiose introdotte da donne di potere. È questo un settore che contempla i personaggi che regnarono da soli (come Elisabetta I) e quelli che sedevano a corte in quanto mogli di sovrani (ad esempio Catherine Parr e M.me de Maintenon). La differenza fra i due profili è sostanziale, in quanto se la regina inglese poté agire autonomamente ed apportare tutte le riforme che riteneva necessarie, le altre potevano svolgere solo un'azione per così dire marginale, sempre all'ombra dei loro mariti. Per quanto riguarda Elisabetta I, non dovette essere molto difficile immaginare quale sarebbe stata, in linea di massima, la sua futura politica: la sua nascita e la sua educazione, la sua condizione durante il regno di Mary Tudor, le tendenze religiose tanto sue che del seguito e degli amici che aveva intorno, non lasciavano alcun dubbio. Ella avrebbe con il tempo mostrato la sua volontà, ma per il momento la cosa migliore da fare era tenere a bada il clero ed i vescovi cattolici, ed impedire loro di provocare dei disordini prima che il Paese si fosse abituato alla nuova autorità. La situazione era infatti molto seria, tanto in politica interna che estera. Era in effetti quello un momento storico assai complesso, in cui l'Inghilterra doveva affrontare problemi gravi ed urgenti. Alla data della sua successione, infatti, Elisabetta si era ritrovata nel bel mezzo dei negoziati di pace con la Francia e le relazioni con questo Paese erano ulteriormente complicate dal fatto che Maria Stuart, regina di Scozia e moglie del Delfino, accampava dei diritti alla successione al trono inglese. All'interno, poi, le spese pubbliche superavano del 40% le entrate; il debito risultava di conseguenza molto forte e le casse del Tesoro erano vuote. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 Anche da un punto di vista sociale, inoltre, la situazione era molto precaria, in quanto era cresciuto sensibilmente il divario fra classi abbienti e non, e sempre più urgente si profilava la questione religiosa tra luterani, cattolici, calvinisti e puritani, ed in particolare tra i primi due. Elisabetta si dedicò prima alla soluzione della questione internazionale, poi poté occuparsi dell'altro suo grande obiettivo: la sistemazione religiosa del regno. Le innovazioni in questo campo inizialmente furono poche: la regina non voleva infierire contro i vescovi "papisti" nominati dalla sorellastra Maria e, perciò, da principio, si limitò ad affidare le sedi vacanti ad ecclesiastici che accettavano la Riforma. Nell'ambito liturgico vero e proprio, poi, consentì l'uso dei paramenti sacri, dei canti e dei ceri nel servizio divino e permise che la messa venisse celebrata nella cappella del suo palazzo (pur proibendo, però, l'elevazione in sua presenza e l'uso dell'incenso). Tutto ciò si spiega con il fatto che Elisabetta, anche se dichiaratamente protestante, era per lo più un'opportunista e non aveva poi una fede così profonda. Ella teneva soprattutto ad un concetto: l'unità del culto era vista come il completamento indispensabile dell'unità nazionale e perciò era necessario trovare una formula di compromesso che contasse il maggior numero possibile dei suoi sudditi. Motivazioni per lo più politiche, quindi, e non una profonda vicinanza al Credo protestante, muovevano le azioni della regina e la spingevano ad orientare la nazione verso il protestantesimo. Ella cercò di farlo senza eccessive scosse né rigurgiti di violenza, contando sul fatto che il cattolicesimo, privo di sostegni finanziari e politici, si sarebbe gradualmente estinto. Del resto, grazie alle riforme di Enrico VIII, come Capo della Chiesa il sovrano aveva ampliato il campo della sua autorità e quindi quest'opera di conversione religiosa doveva sembrarle ancora più facile da portare a termine. Sovrana politica soprattutto, la sua persecuzione religiosa non fu mai ispirata da una fede intollerante, ma si scatenava solo quando gruppi o sette religiose, cattoliche o no, ritenevano di proclamare e predicare la loro verità intransigente contro le norme spesso contraddittorie della religione della regina e dei suoi ministri. Questo spiega come ella in futuro dovette perseguitare con uguale indifferenza cattolici e protestanti, calvinisti e presbiteriani, e perché ella dovette essere particolarmente aspra con i gesuiti ed i puritani, ovvero con le frange per così dire "estremistiche" sia dei cattolici che dei protestanti. Ed in effetti, per tutti questi motivi, Elisabetta dovette ben presto incontrare una forte opposizione sia da parte dei cattolici, che odiavano la regina protestante, che da parte dei riformati, che non la consideravano abbastanza ostile alle forme ed alle tradizioni della Chiesa. Se in effetti ella era di religione protestante, talune sue idee non erano perfettamente in linea con la dottrina luterana. Così, ad esempio, allorquando dovette permettere il matrimonio ai preti, ella cedette solo a malincuore, perché avrebbe voluto rispettare il celibato ecclesiastico anche nella religione anglicana e, comunque, si riservò, per molto tempo, il diritto di concedere ella stessa il permesso caso per caso e non nascose mai il suo disappunto nel doverlo fare, così come il suo sarcasmo nei confronti delle mogli degli alti prelati. Poste queste necessarie premesse, veniamo ora alla trattazione vera e propria delle innovazioni religiose effettuate da Elisabetta I. All'inizio la regina dovette procedere con estrema prudenza: i protestanti, esiliati più o meno volontariamente durante il regno di Maria Tudor, stavano tornando in patria in massa, mentre i cattolici fuggivano prima ancora che il governo avesse manifestato chiaramente le sue intenzioni, oppure, se decidevano di rimanere in patria, fomentavano disordini e discussioni. I vescovi erano naturalmente alla testa dell'opposizione, ma la loro incisività doveva essere indebolita dall'esiguità del loro numero. In effetti una gran quantità di sedi era stata lasciata vacante dal cardinal Pole nel precedente regno e poi, entro il primo anno da che Elisabetta era salita al trono, erano deceduti altri quattro vescovi. La situazione, quindi, era tale che, su 27 vescovadi essendone occupati solo 17, la regina poteva approfittare per nominare alle sedi vacanti dei protestanti ed anche per incamerare i beni di tutti i vescovadi e farne una nuova, più economica, concessione. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 Il primo atto emanato dalla sovrana è l'"Atto di Supremazia", in cui veniva ribadita la sottomissione della Chiesa Anglicana al controllo esclusivo dello Stato ed in particolar modo del suo capo, ovvero il re. Questo atto è molto importante in quanto dà vita ad un concetto nuovo ed originale di Supremazia, perché al momento della successione al trono di Elisabetta, era in dubbio se una donna potesse ereditare il titolo di "Capo Supremo" della Chiesa. Con questo documento la questione viene risolta affidando alla regina non già quell'appellativo, ma quello di "Supreme Governor", cioè di "protettrice" della Chiesa e "Suprema Governatrice in tutte le cause tanto ecclesiastiche che civili del regno". Grazie a questo riconoscimento, quindi, viene esplicitamente ed ufficialmente dichiarata l'autorità ecclesiastica della regina e si rinuncia definitivamente ad ogni intervento del potere, ritenuto straniero, del Papa nelle cose religiose del regno. Per quanto concerneva la posizione dei preti, essi erano obbligati (come anche tutti i funzionari pubblici) a prestare un giuramento o, meglio, un "corporal oath" effettuato sui Vangeli, alla regina ed alla sua autorità, e questo era inteso come conditio sine qua non della legalità ed effettività della loro posizione. Tuttavia, si noti, questa specifica legislazione non voleva e non doveva essere intransigente ed eccessiva; ed infatti, nonostante tramite lettere patenti del 19 luglio del 1559 fossero state create delle apposite commissioni ecclesiastiche permanenti, incaricate di vigilare sull'effettivo rispetto dell'obbligo al giuramento, se gli ecclesiastici avessero rifiutato di adeguarsi a tale imposizione, essi non sarebbero stati accusati di alto tradimento (e quindi sottoposti a pene molto severe), ma avrebbero soltanto perso il posto ed i benefici. Questa attenuazione del carattere coercitivo della norma altro non può essere, quindi, se non una dimostrazione del fatto che l'"Atto di Supremazia" non dev'essere visto solo come un documento di carattere religioso, ma anche e soprattutto come uno strumento politico grazie al quale il governo, obbligando anche gli alti prelati (membri della Camera Alta) a dimostrare la loro lealtà alla regina, si sarebbe assicurato una maggioranza elevata in Parlamento. Complessivamente questo atto soddisfece la maggioranza della popolazione inglese, poiché, dopo tanti anni di lotta, la questione religiosa pareva finalmente risolta: si era raggiunta una pacificazione che sembrava definitiva, ed in realtà lo era. L'"Act for the Uniformity", invece, pone definitivamente la Chiesa d'Inghilterra dalla parte del Protestantesimo, autorizzando una sola forma di servizio religioso in Chiesa, cioè quello anglicano, e proibendo tutte le altre, dietro miti pene per i dissidenti. Va inoltre ancora sottolineato che esso impone la frequenza obbligatoria, la domenica ed in tutte le feste religiose, della chiesa parrocchiale, dietro pena di una multa (e, si noti, questa clausola sarà molto importante perché legata alla successiva legislazione di Elisabetta ed in particolar modo alle leggi penali contro i cattolici). L'importanza primaria di quest'atto risiede nel fatto che, proprio grazie alla creazione del "Book of Common Prayers", viene finalmente elaborato un testo unico in cui sono contenuti tutti gli elementi essenziali del nuovo Credo: dopo anni di riforme, talora contrastanti fra di loro, Elisabetta raggiunge quindi l'importante obiettivo di proclamare una nuova fede alla fine uniforme ed organica, ed il regno può finalmente trovare una sistemazione definitiva e duratura del problema religioso. La Chiesa creata da Elisabetta non volle mai essere intransigente contro gli oppositori, ed in effetti nei primi dieci anni del suo regno, come abbiamo già detto, non vi furono persecuzioni concrete e sistematiche contro i cattolici. Le cose però non tardarono a cambiare: ben presto infatti dovevano subentrare nuovi fattori che avrebbero modificato ed inevitabilmente guastato le relazioni fra l'Inghilterra e Roma ed i suoi fedeli. La Chiesa cattolica, uscita rigenerata dal Concilio di Trento dichiarò l'eresia come un fenomeno non più tollerabile e decise di estinguerla, iniziando un'opera di soppressione su vasta scala, che, partendo dalla Francia, doveva poi toccare i Paesi Bassi per giungere infine in Inghilterra ed in Scozia. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 Così giunse la Bolla di scomunica di Pio V che John Felton affisse alla porta della sede del vescovo di Londra, in St. Paul's Churchyard. La "Regnans in Excelsis" del 1570 è un documento di grande importanza, ma il suo significato è strettamente politico più che religioso. Scomunicando Elisabetta e dichiarando che ella non regnava per un giusto diritto in Inghilterra (essendo nata da un matrimonio non benedetto da Dio), ed esonerando, di conseguenza, i suoi sudditi dall'obbedienza, in pratica il Papa si era schierato chiaramente contro una principessa perché protestante, ed appoggiava le pretese al trono d'Inghilterra di un'altra (Maria Stuart) solo perché cattolica. Secondo il punto di vista del Papa questo intervento era estremamente necessario perché a quel punto la questione non riguardava più soltanto la religione, ma la stabilità del regno e la prosperità del mondo intero. In sostanza si può dire che la Bolla papale rese il tradimento nei confronti di Elisabetta una parte necessaria dei doveri religiosi di ogni buon cattolico inglese, perché non era più possibile per nessun suddito essere cattolico, ovvero fedele alla Chiesa di Roma, ed allo stesso tempo patriota. In pratica, con questo documento, la lealtà alla regina era posta in conflitto con la devozione al Papa e quest'ultimo, unilateralmente, decise di sciogliere i sudditi dall'obbligo di fedeltà alla sovrana. In Inghilterra l'effetto fu devastante. La svolta voluta dal Papa non fece altro che contribuire a rafforzare il colore protestante e militante del governo ed a giustificarlo nel rafforzamento delle sue leggi contro i cattolici: se da Roma si sanciva il diritto di uccidere la regina ella rispondeva elevando patiboli. Elisabetta, che forse avrebbe potuto essere la sovrana conciliante, diveniva inesorabilmente la regina protestante; ella che non aveva mai odiato il cattolicesimo, dovette subire il suo odio che le insidiava ogni giorno la vita ed il regno. Quello stesso cattolicesimo che l'aveva bandita, che di lei, protestante e figlia di Anna Bolena, avrebbe fatto volentieri la sposa del cristianissimo Filippo II, o dei cattolici figli di Caterina de' Medici, ora che non era riuscito a prenderla la malediceva. Un'ondata di violenze si abbatté sui cattolici; centinaia di patiboli si innalzavano sulle piazze d'Inghilterra e preti e laici pagavano con la vita l'aver letto e diffuso la Bolla papale. Alla fine, purtroppo, anche la fede anglicana cadde nella prigionia dell'intolleranza e si macchiò dei sui stessi orrori. Primo atto di questo mutato atteggiamento fu l'approvazione, nel 1571, dell'"Act against Bulls from Rome". Il documento si apre ribadendo che nessuno nel regno avrebbe più dovuto riconoscere, far riferimento, rispettare e divulgare tutte quelle leggi che in passato erano servite a mantenere in vita il potere usurpato di Roma in Inghilterra, e questo dietro il pericolo di incorrere nelle pene del "Premunire" e dello "Statute of Provision"; in buona sostanza nessuno doveva più fare riferimento a Roma per nessuna ragione di carattere spirituale. L'atto del 1571 governò i rapporti fra Roma e l'Inghilterra per i dieci anni successivi alla sua pubblicazione. Ma nel 1581 una nuova legislazione penale, determinata dal nuovo pericolo dei cosiddetti "preti del seminario" (o "Seminary Priests"), entrò in vigore. In effetti nel 1580 sbarcarono in Inghilterra i primi gesuiti allo scopo di riportare il popolo alla vecchia fede. Il fenomeno era collegato a quel movimento dei "Seminary Priests" che trovava origine nel lontano 1568, allorquando un certo William Allen, uno dei più abili e coraggiosi cattolici del suo tempo, aveva aperto un seminario nella città universitaria di Douay, nelle Fiandre. Inizialmente si trattava solo di una scuola per l'educazione della gioventù cattolica inglese esiliata, ma a poco a poco esso si trasformò in un seminario in cui un corpo di preti veniva istruito allo scopo di prestare assistenza per la restaurazione, qualora le circostanze lo avessero permesso in futuro, del cattolicesimo in Inghilterra. Il movimento dei seminaristi divenne quindi pian piano un simbolo dell'unione delle potenze cattoliche contro la riforma anglicana, rinnovando i sospetti di una Lega Santa contro l'Inghilterra. La risposta del governo fu quella di combattere tenacemente quei religiosi e di punirli come traditori. La lotta contro questa fazione di cattolici venne presto vinta, ma le conseguenze furono molte. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 Questa invasione di preti fu molto pericolosa principalmente perché era fatale per la politica elisabettiana di pacifico assorbimento nella Chiesa Anglicana: i seminaristi, infatti, riuscirono, almeno per un po', a fermare quell'opera di omogeneizzazione che la regina stava cercando di portare a termine fra i protestanti ed i cattolici. Nel 1581, viene così approvato l'"Act against reconciliation to Rome". Esso nasce principalmente per rendere più difficile e più pericolosa l'opera svolta dai seminaristi allo scopo di ricondurre individui e famiglie al cattolicesimo. Con questo documento vengono infatti stabilite multe salatissime per chi non aderiva alla Chiesa riformata frequentando le chiese parrocchiali e per chi cercava di aizzare le masse contro il legittimo potere della regina. Importantissimo è anche l'"Act against Jesuits and seminary priests", del 1585, che stabilisce che tutti quegli ecclesiastici che erano stati ordinati o avevano ricevuto una qualche nomina o investitura da Roma non potevano più risiedere in nessuno dei dominii d'Inghilterra, e, di conseguenza, dovevano abbandonare il regno. In caso contrario, sarebbero stati accusati di alto tradimento e perciò sottoposti a tutte le pene e le conseguenze previste dalla vigente legislazione in merito al reato di "high treason". Coloro che avessero invece nascosto o protetto, volontariamente e consapevolmente, questi ecclesiastici, sarebbero stati additati come "Felon" e, senza poter usufruire di beneficio alcuno, avrebbero sofferto tutte le pene previste dal reato di "Felony". La colpa di alto tradimento si configurava infine anche per quanti, in futuro, avessero frequentato seminari o studiato presso scuole di gesuiti all'estero e, tornando poi in Inghilterra, avessero rifiutato di prestare giuramento di sottomissione alla Corona ed alle sue leggi. Con questo atto, a grandi linee, si concludeva la sistemazione religiosa elisabettiana. Complessivamente essa riuscì bene. Certo non mancarono le eccezioni, ma al termine del regno di Elisabetta I i cattolici osservanti erano divenuti una piccola minoranza, e la Chiesa Anglicana si era così affermata in tutto il Paese. Ma Elisabetta non fu la prima regina protestante d'Inghilterra. Prima di lei, regnante Enrico VIII, un ruolo importante era stato svolto da Catherine Parr. Ella, sesta moglie del re scismatico, era una di quelle donne che percorrono la propria vita dispensando benedizioni, amando ed essendo amata da tutti quelli che la conoscevano. Buona, colta, virtuosa, umile ed innocente, visse gran parte della sua vita nelle valli del Westmoreland ed a Kendale, dove nacque nel 1512. Morto il padre, sua madre decise di non risposarsi, ma di dedicarsi all'educazione dei figli; Catherine divenne così una delle donne più istruite e colte del suo tempo, riuscendo addirittura a portare avanti un progetto assai ambizioso, ovvero quello di tradurre il "Latin Paraphrase" sul Nuovo Testamento di Erasmo come una guida in inglese allo studio della Bibbia, da fornire alle parrocchie; ella riuscì anche ad essere autrice di due lavori religiosi sempre in lingua inglese, entrambi firmati con il suo vero nome, contrariamente ai costumi dell'epoca che incoraggiavano (per non dire forzavano) le donne ad usare uno pseudonimo maschile per avere maggiore credibilità. Il 12 luglio del 1543, a meno di sessanta giorni dalla sua ultima vedovanza, Catherine fu condotta all'altare da Enrico VIII. Nel complesso la vita coniugale fu meno infelice di quanto si sarebbe potuto prevedere. Del resto la salute del re era talmente peggiorata negli ultimi tempi che la nuova moglie fu per lui poco più di una infermiera. Ad ogni modo il sovrano aveva la più completa fiducia nelle sue virtù e nel suo buon senso, lasciò che ella esercitasse su di lui tutta la propria benefica influenza e, addirittura, nel 1544, le affidò la reggenza del Paese allorquando dovette spostarsi in Francia per una spedizione, concedendole i più larghi poteri che fossero mai stati dati ad una donna prima di allora. Catherine sfruttò questo periodo di reggenza nel tentativo di conciliare le varie tendenze religiose e politiche del regno. Nel corso degli anni ella aveva maturato un forte interesse per il Protestantesimo e ben presto si era convertita alle nuove dottrine, delle quali era divenuta ardente fautrice, senza però abbandonarsi mai all'intolleranza nei confronti dei cattolici. in Storiadelmondo n. 4, 24 febbraio 2003 Tuttavia allora il problema religioso infuriava nel regno e patiboli e roghi s'innalzavano ogni giorno. La regina quindi, se non poté arrestare la mannaia del boia, si adoperò in tutte le maniere per far risparmiare la vita di alcuni sudditi. Purtroppo per lei, però, a corte molti la invidiavano per la sua influenza su Enrico VIII e la sua benevolenza nei confronti dei perseguitati fu sfruttata dai suoi nemici per accusarla di eresia. La regina era una protestante, una protestante fervente, benché riservata e tranquilla, ed i sospettosi occhi dei cattolici sorvegliavano ogni suo atto ed ogni sua parola nella speranza di coglierla in una qualche mancanza contro la fede od in qualche offesa contro l'ortodossia per poterla mandare al patibolo. Ed infatti tanto fecero ed intrigarono quei cattivi cattolici d'Inghilterra che, al suo ritorno dalla Francia, Enrico VIII trovò la moglie accusata di eresia. Il decreto per l'arresto della regina era stato già firmato ed erano state persino spedite le guardie che la dovevano arrestare. Ma Catherine riuscì a parlare con il marito e si salvò. Tuttavia i suoi tentativi di pacificazione religiosa del Paese dovettero terminare qui. Maggior fortuna ebbe invece Francoise d'Aubigne Maintenon, moglie di Luigi XIV di Francia, donna che ebbe una grande influenza sulla vita del regno. Grazie a lei in effetti molte innovazioni furono apportate a corte (dove la dissolutezza, l'omosessualità e l'ubriachezza regnavano incontrastate): ad esempio non si poteva giocare durante la quaresima; furono banditi, con pena di morte, i giochi d'azzardo; era vietatissimo parlare, sia pure sottovoce, durante le funzioni religiose. Madame de Maintenon influenzò anche l'operato del re, convincendolo, anche se non era personalmente religioso, a partecipare alle funzioni. Infine ella sostenne la revoca dell'editto di Nantes. Si conclude così questa mia esposizione sui personaggi femminili che hanno in qualche modo avuto un ruolo nelle riforme religiose del '500 e del '600. Naturalmente questo scritto non può essere esaustivo; tuttavia credo sia utile per introdurre allo studio di un argomento che, come detto all'inizio, è fin troppo trascurato. BIBLIOGRAFIA Su Port-Royal . S. Auroux, L'Illuminismo francese e la tradizione logica di Port - Royal, Bologna, Clueb, 1982, 108p. . L. 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